Gioco
L’ordinarietà del male senza confini
Aveva rinunciato da tempo a qualsiasi tentativo di liberarsi. Era sveglia ma teneva gli occhi chiusi. Se li avesse aperti si sarebbe ritrovata al buio
Aveva rinunciato da tempo a qualsiasi tentativo di liberarsi. Era sveglia ma teneva gli occhi chiusi. Se li avesse aperti si sarebbe ritrovata al buio.
Sette anni fa Stieg Larsson la raccontava così, una donna odiata dagli uomini. Una donna come Veronica. Non sono parole qualsiasi: è l’incipit di un libro famosissimo. E anche il titolo, “La ragazza che giocava col fuoco”, fa pensare a questa giovane, ferita senza pietà ieri in un’auto parcheggiata vicino alla stazione di Livorno. Veronica ha trent’anni, è stata accoltellata all’addome dall’ex fidanzato. E ora è in un letto d’ospedale, in condizioni gravi.
Giocava con il fuoco, Veronica, perché quell’uomo, che si chiama Imed Hamid ed è algerino, la perseguitava da mesi e l’aveva già aggredita, sempre per strada. Lei però lo aveva salvato. «Spero che venga scarcerato», scriveva al Tirreno. Così l’ennesima storia di violenza travestita da sentimento, consegna la prima riflessione.
Il primo messaggio che approda alle nostre coscienze è quello del condizionamento di una persona sull’altra. Un condizionamento violento quanto le botte, pericoloso quanto un coltello che cerca il sangue e le viscere.
Poi c’è la nostra assuefazione, perniciosa, che ci fa pensare: eccone un’altra, ancora una donna annientata, niente di nuovo. Senti, progressiva, l’erosione delle tue stesse emozioni, vinte dall’ordinarietà del male.
E infine c’è quel senso sgradevole di diritti ristretti, contingentati. Accade quando una donna sceglie un uomo magrebino, talvolta prigioniero di un approccio culturale deviato, che non coltiva come un valore fondamentale il rispetto verso l’altro sesso, e che erutta, in alcuni soggetti, fino a violenze estreme. Così qualcuno pensa: se l’è cercata, era un rischio che correva mettendosi con uno di “loro”. Ma Larsson scriveva di uomini che odiano le donne nella poco mediterranea Svezia, dimostrandoci che la geografia del Male ha confini più liquidi e meno settari. Le storie degli italiani che esplodono d’ira e di ferocia contro le donne “amate” sono lì, a raccontare una verità che non vogliamo vedere. È comodo stringere il male nelle categorie, associarlo a una razza o a una religione. Invece è ovunque, nelle pieghe della vita, nelle carezze che diventano lame.
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