Gioco
Anarchico e comunista vita spericolata di Ezio il ribelle che era una spia
Sotto i riflettori uno scrittore livornese a lungo dimenticato Ma Canfora accusa: macché voce degli umili, era un infiltrato
LIVORNO. Basterebbe cuocere a fuoco lento gli ingredienti della vita di Ezio Taddei per portare in tavola un romanzo. Chissà davvero il padre lo ha sbattuto bambino in collegio dalle suore per sperperare fra donne e champagne le fortune di famiglia, fatto sta che le biografie lo raccontano come un ragazzino ancora con i pantaloni corti quando assaggia l'odor di cella e manganellate per essersi fermato a ascoltare un comizio anarchico disperso dai poliziotti. Non potrebbe partire meglio il racconto picaresco del nostro: buono per immaginare una ascesa sociale che sale dal nulla. Solo che in questo caso non stiamo parlando di salire i gradini della gerarchia sociale quanto, semmai, della capacità di diventare (anti)eroe controcorrente dei dannati della Terra.
Già, perché questo è stato Ezio Taddei. E, detta così, sembra una sorta di Piero Ciampi: ma della parola scritta anziché della poesia cantata. In realtà, il paragone zoppica parecchio ma, un po' com'è accaduto per lo chansonnier labronico, ecco che ora salta fuori la voglia di far uscire dal dimenticatoio questo romanziere che – metafora d'un modo d'essere livornese – è stato metà anarchico e metà comunista. Anzi, prima anarchico e poi comunista (e forse non solo quello, come vedremo...).
Amico di Arthur Miller
Sabato prossimo al museo provinciale di storia naturale del Mediterraneo viene presentato “L'uomo che cammina”, un romanzo che porta la firma di Ezio Taddei. Inedito in Italia: è circolato solo negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale, con ottimo successo se è vero che con quel libro Taddei ha conquistato l'amicizia del commediografo Arthur Miller, terzo marito di Marylin Monroe e autore di “Morte di un commesso viaggiatore”. Non fatevi però idee sbagliate: Taddei era lontano dallo star system di Hollywood più del pianeta Urano.
È qualcosa di più della presentazione di un libro: sta nel solco di una (embrionale) ritrovata attenzione a questo scrittore. A dirla tutta, c’era stato qualche segnale: nel marzo dello scorso anno l'annuncio che gli sarebbe stata dedicata la nuova strada fra via Orosi e via Foscolo; grossomodo attorno al 50° anniversario della scomparsa (2006) gli spettacoli alla Goldonetta (con Piero Giorgetti) e alla Caprillina (con Pardo Fornaciari), la presentazione di una biografia alla Gaia Scienza o l'omaggio alla Bodeguita. Troppo poco per dire che Livorno ha saldato il conto: eppure già una dozzina di anni fa, quando aveva girato a malapena “Ovosodo” e poco altro, il regista Paolo Virzì aveva dedicato un saggio breve a Taddei descrivendolo come «l’angelo col mal di pancia».
Nasce un caso letterario
Non è però per questo tentativo di inserimento nel Pantheon simbolico locale che “L'uomo che cammina” rischia di essere un caso letterario. E nemmeno perché aiuta a riscoprire un autore che potrebbe diventare un culto a sé in una “religione letteraria” di nicchia: come, tanto per spendere un nome, Silvio D'Arzo.
Nell'ultimo anno attorno alla figura di Gramsci si sono moltiplicati saggi di forte impatto politico: quasi degli scoop, se avesse senso utilizzare questa categoria “giornalese”. Nel mirino soprattutto i rapporti (tesi) fra il leader in carcere e il suo partito: in particolare sulla graticola è finita la famosa lettera del dirigente comunista Grieco che è talmente imprudente da diventare un'arma per l'accusa nel processo contro Gramsci. Cosa c'entra Taddei? È lui, come titola un lunghissimo testo di Paolo Mieli sul Corriere, il «diffamatore di Gramsci arruolato dal Pci».
La spia del regime
Benzina sul fuoco delle polemiche, ma la farina viene dal sacco di uno studioso serio e pignolo come Luciano Canfora: in un libro-choc pubblicato da Salerno prende a picconate il mito – minoritarissimo sì ma inossidabile – di Ezio Taddei e, sulla base di prove d'archivio e di riscontri incrociati, in quasi la metà delle 300 pagine dell'indagine storica ne piccona l’aura di perseguitato senza macchia e senza paura, poi lo accusa di creare continue cortine fumogene sul proprio passato carcerario, infine gli dà la patente della “spia” di regime o perfino di «provocatore fascista», che cerca di accreditarsi agli occhi di uomini come Arturo Musco e Vincenzo Bellavia che gestiscono reti di confidenti della polizia mussoliniana. E, se servissero altre martellate, in appendice ne sventaglia le «suppliche al Duce».
Peccato, perché Taddei aveva resistito già a un voltar pagina che avrebbe precipitato chiunque altro nel girone infernale dei voltagabbana.
Gramsci come Lady Gaga
Se la prende con Gramsci prigioniero nel carcere fascista di Turi come se fosse una star capricciosa golosa di amaretti e pasticcini mentre gli altri detenuti campano (male) di sbobba: poi, nel ’50, – ricorda Canfora – sarà Taddei a tenere a battesimo, insieme ai massimi dirigenti Pci, la Fondazione Gramsci.
Non è una sorpresa che da anarchico tuoni negli anni ’40 contro il Pci (in quegli stessi anni erano una ferita aperta le durissime purghe staliniste contro gli anarchici perfino sul fronte antifranchista della guerra civile in Spagna). Anche in “L’uomo che cammina” mette nero su bianco un rovente capitolo dal titolo”Il Partito comunista” che, curiosamente, alza il tiro contro il comportamento dei comunisti in carcere: quasi dei capi-bastone che trattano con i responsabili della prigione. E qui qualunque psico-qualcosa potrebbe esercitarsi in una babele di specchi e fantasmi. Anche perché dopo la guerra è fra gli amici di Calvino, pubblica da Einaudi, scrive sull’”Unità” (con tanto di necrologio firmato in persona dal direttore quando morirà nel ’56...).
Come Levi, prima di Levi
Resta il fatto che il libro riscoperto ora da Erasmo – come puntualizza il prof. Giancarlo Bertoncini nella preziosa postfazione – è una anticipazione di quel che sarà il “Cristo si è fermato a Eboli” che Carlo Levi pubblicherà cinque anni più tardi. E la Bernalda che Taddei descrive come luogo-simbolo del confino, abbandonata da Dio e dagli uomini, è a nemmeno un’ora di auto e tornanti – e sempre in Basilicata – dall’Aliano che farà di Levi uno degli scrittori-mito del Novecento.
Guai però a credere che si fermi qui il motivo per cui, nonostante Canfora e le giravolte, merita attenzione la figura di questo scrittore livornese che per troppo tempo è finito nel cono d’ombra che la città riserva alle figure di tanti suoi figli, che pure sarebbero illustri (o quantomeno interessanti). L’aveva detto Massimo Novelli presentando la biografia dedicata a Ezio il ribelle: ben venga una nuova stagione di interesse e riflessioni su uno scrittore che «è stato il Massimo Gorki della nostra letteratura, una specie di Jack London, forse il solo narratore del popolo per il popolo che abbiamo avuto».
La fotografia è quella di una esistenza sul filo (del rasoio) e ai bordi (della storia): ma «da umile fra gli umili». E con una verve ribelle che lo porta a mettersi a muso duro contro le potenti cosche della mafia americana che, mandante un mammasantissima del calibro di Vito Genovese, avevano assassinato Carlo Tresca, l’amico anarchico con cui Taddei condivideva le veementi battaglie sul giornale “Il Martello”.
Smaschera i mafiosi
Dev’essere un tipo sveglio Taddei: fa centro la sua contro-inchiesta sulla morte di Tresca. Con un ennesimo paradosso: mette nel mirino le furberie di boss ex fascisti che volevano riciclarsi in una società mazziniana per acquisire verginità politica e, a guerra finita, presentarsi immacolati al nuovo potere che avrebbe preso il posto del Duce.
Adesso, non lasciamolo finire di nuovo fra le ragnatele in fondo al cassetto. Voltagabbana? Può darsi, anzi probabilmente sì. Ma – come dice lo scrittore Filippo Bologna – stiamo parlando di un uomo che si è fatto 16 anni di galera. «Se alla fine verrà fuori un Taddei così diverso da come l’ha raccontato Giancarlo Fusco, dovrò dolorosamente staccare il ritratto dalla galleria, sperando che non rimanda un alone troppo nero».
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