Il Tirreno

Livorno

NEL SEGNO DELL’OTTO MARZO

di Mauro Zucchelli
NEL SEGNO DELL’OTTO MARZO

LIVORNO. Se n’è andata in punta di piedi, senza far rumore: forse più per la disillusione che per la voglia di riservatezza o il timore di disturbare. Valchiria Gattavecchi si è spenta alle soglie...

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LIVORNO. Se n’è andata in punta di piedi, senza far rumore: forse più per la disillusione che per la voglia di riservatezza o il timore di disturbare. Valchiria Gattavecchi si è spenta alle soglie dei 92 anni.

«Da sola e senza che nessuno l’abbia saputo per una ventina di giorni», dicono Mauro Nocchi e Gino Niccolai, dirigenti dell’Anpi, l’associazione dei partigiani: «Eppure è stata una donna che ha fatto la storia della Livorno del dopoguerra: fiera e combattiva, coraggiosa». Una donna che l’Anpi – nel giorno della festa della donna – mette sotto gli occhi della città: anche come esempio di quel sogno di una nuova idea di esistenza, di solidarietà e di città che saltava fuori da chi aveva combattuto per la libertà e nell’Italia devastata dalla guerra «sapeva di avere nelle mani l’esigenza, prima di tutto morale, di ricostruire tutto».

Gattavecchi era originaria della zona di Siena: non a caso, il suo corpo è stato sepolto nel cimitero di Asciano Senese. Là aveva fatto la staffetta partigiana. Ma è qui a Livorno che la portano i mille strani percorsi della vita: in quella Livorno che, dopo la ritirata dei nazisti, risulterà una delle città dove più alta è la percentuale di bombardamenti subiti e di case e industrie distrutte.

Nel ’65 la ritroveremo in consiglio comunale con Badaloni sindaco (poi sostituito da Bino Raugi): era nel Pci di Bruno Bernini e Bruno Gigli, di Aldo Arzilli e Ugo Bassano. E lei, in mezzo a tanti big maschili, una delle tre sole donne in consiglio (le altre erano la democristiana Viviana Accarino e la comunista Liliana Papini), in un periodo in cui non c’era un solo assessore donna.

Chissà quante volte l’ha rimarcato nelle riunioni dell’Udi, l’organizzazione femminile Pci di cui era stata fondatrice. È un tasto che emerge anche nei passi che le dedica il bel libro di Tiziana Noce “Nella città degli uomini” per raccontare “Donne e pratica della politica a Livorno fra guerra e ricostruzione».

Ma per lei, a lungo insegnante al liceo scientifico, la trincea era soprattutto la tutela dei ragazzi. Non a caso, le prime due lauree – raccontano Nocchi e Niccolai – le aveva prese in materie d’insegnamento; la terza l’aveva ottenuta quand’era andata in pensione dalla scuola e le era servita per andare a collaborare con il Tribunale dei Minori. A titolo di volontariato, inutile dirlo.

Era lei la direttrice delle colonie dell’Udi. «L’ho conosciuta nel ’46, – riferisce Nocchi – insieme a mia madre e a altre donne come Assunta Simonini aveva organizzato i campi solari in una sorta di rudere fra l’acquario e i bagni Trotta. La mattina prendevano i bambini dei quartieri popolari e trovavano la maniera di farli stare insieme. Anche per avere la scusa per dar loro un po’ da mangiare: la fame era talmente tanta che quasi la vedevi camminare per strada. Le donne andavano dai “trucconi”, cioè dai grossisti del mercato per farsi regalare un po’ di frutta e un po’ di verdura da mettere nella carriola e, passo passo, portarla fino ai ragazzi sul mare».

Ma, come racconta la stessa Gattavecchi nel libro di Noce, non mancavano tentativi di mettere i bastoni fra le ruote.

Era il sogno di un altro mondo possibile, si sarebbe detto poi. «Le crollò tutto addosso con lo scioglimento del Pci, – racconta Niccolai – scelse di di restare in disparte: aveva mantenuto i contatti solo con l’Anpi. Era forse il mantenimento di un legame con la Resistenza. Sarebbe giusto che ora la città non dimenticasse questa donna di valore».

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