Il Tirreno

Livorno

Maria, quell'intervista poco prima di morire

Lara Loreti
Maria, quell'intervista poco prima di morire

L'incontro dell'anziana in ospedale con la nostra giornalista. Nel racconto la forza di una donna che aveva affrontato la vita sempre con coraggio

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Maria non voleva vedere. Aveva gli occhi e l’anima intrisi di quel sentimento cieco che non permette di andare oltre. Che esclude la razionalità della malizia. Come tutti i nonni, che i nipoti li amano due volte e che non immaginerebbero mai di esserne vittime. “No, non è possibile che la piccola Jessi mi abbia fatto del male, proprio a me che la amo così tanto, che l’ho presa in casa con me e che la mantengo perché, povera, lei non trova lavoro”. Pensieri che forse hanno turbato le ultime ore di vita della nonnina dagli occhi furbi e stanchi. Eppure, in quel letto d’ospedale, al secondo piano del padiglione che ospita l’Ortopedia, Maria qualche interrogativo se l’è posto anche durante l’intervista rilasciata al Tirreno. Non si spiegava come il suo aggressore potesse essere entrato in casa, ad Antignano, senza fare rumore e senza lasciare segni di effrazione alla porta. Alla domanda: ma come ha fatto il rapinatore ad entrare in casa? Lei, due giorni prima di morire, aveva risposto con sconcertante spontaneità: «Non lo so, avrà avuto le chiavi». Parole, che ripensarci ora, aprono un vulcano di rabbia e amarezza.

Come non volerle bene alla signora Maria? Con il femore rotto, entrambe le gambe bloccate, la flebo al braccio, la dialisi da fare tre volte a settimana, debilitata da tante cadute e dallo choc dell’aggressione subìta, lei trovava il momento giusto per sorridere e per fare la battuta. Sangue siciliano e temperamento labronico. Un mix che permetteva alla tenera Maria di dire: «Me la sono passata brutta, ma ora me la rido perché sono qua che te lo racconto».

E quanto pathos in quel racconto, con tanta suspence da sembrare un romanzo di Camilleri: «Io ero a vedere la tv, sola. Lui è entrato in casa, si è avvicinato... ma io non mi sono accorta di niente finché non mi ha messo un cappuccio in testa. Mi ha detto: “O la vita o la morte”», mima lei con enfasi. E nel pronunciare quelle parole un po’ sorride, animata dalla gioia tipica di chi è presente a se stesso, e un po’ gli occhi le brillano di commozione.

La cosa che più l’aveva turbata era la cattiveria del rapinatore, arrivato a stringerle le narici del naso con le dita per non farla respirare. A quel punto la nonnina aveva sentito la fine vicina. «Mi sono detta: “Ora muoio”». Un racconto che evoca l’antica pietas, quella dell’Enea virgiliano, intesa come devozione e rispetto per la famiglia e per gli antenati. La stessa pietas che sua nipote ha ignorato.

Maria dalla grande forza, fibra d’altri tempi, di quelle che non si perdono mai d’animo. È a terra, ferita e con il femore rotto. Ma capisce al volo che l’unica cosa da fare è gridare per far scappare l’aggressore. «Ho cominciato a urlare forte e meno male... In quel modo la vicina mi ha sentito e ha chiesto aiuto al 118».

Nel racconto di Maria, che vorresti non finisse mai tanto è emozionante e avvincente allo stesso tempo, a un tratto l’adrenalina lascia il posto al sentimento, quando la parla della sua famiglia d’origine: si commuove mentre racconta di essersi trasferita a Livorno 60 anni prima perché il babbo cercava lavoro.

«Eravamo cinque sorelle, ora siamo in due....».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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