Il Tirreno

Livorno

Cantina e taccuino, la passionaccia dell’ingegnere mancato

di Vezia Borghi
Cantina e taccuino, la passionaccia dell’ingegnere mancato

Il vino fa parte del suo dna, è cresciuto in mezzo ai fiaschi Ora recensisce cinquemila etichette all’anno

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La passione per il vino fa parte del suo dna. Mutuata dal padre, sommelier negli anni che ti guardavano storto per un hobby in seguito diffusosi quasi in modo imbarazzante. Era infatti ancora lontano il boom dei corsi Ais. Da ragazzino la domenica profumava di cantine e fiaschi, in auto alla volta dell'enoteca di Greve in Chianti con i genitori. Poi sono arrivati i giorni del liceo e dell'università, costellati di merende in fattoria insieme ai compagni che condividevano la curiosità per i vitigni. Finché nel 1999 insieme agli amici Luca Bonci e Riccardo Farchioni, Fernando Pardini decise di condividere in un sito quel taccuino su cui annotavano puntigliosamente gli assaggi. Fu così che per mano di un ingegnere con il pallino della scrittura (Fernando) e due fisici (Luca e Riccardo), Acquabuona.it iniziò a dare un corpo a quegli appunti raccolti in giro per l'Italia, vestendo i panni di un percorso intimista, quasi fosse un epistolario.

Pardini nasce ingegnere finché la predilezione per il frutto delle vigne ebbe il sopravvento e la laurea finì nel cassetto. Versiliese cresciuto giornalista con il primo grande divulgatore di cultura enogastronomica che fu Luigi Veronelli, quindi nella squadra voluta da Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili per la guida i Vini d'Italia dell'Espresso a partire dal 2003. «Di Veronelli mi restano la grande umiltà e la capacità di meravigliarsi come un bambino di fronte alla realtà - racconta il critico enologico, poi organizzatore di eventi come Terre di Toscana che si terrà domenica e lunedì a Lido di Camaiore - Mi ha insegnato a guardare al lato positivo delle cose, senza mai denigrare per puro piacere, ma assaporando la gioia condivisa che lui provava per tutti i frutti della terra».

Oggi Pardini recensisce 5mila etichette l'anno, spostandosi tra Toscana, Liguria, Piemonte, Alto Adige, Friuli. Ma il bicchiere non lo ha ancora stancato. «Perché è un mondo tutto da scoprire e raccontare, camminando le vigne come diceva Veronelli. Non amo i voti, per questo penso che la guida farà un passo avanti quando riuscirà a farne a meno. Trovo ancora sorprendente la capacità di emozionare che hanno svariate etichette senza griffe. L'Italia è generosa in sincerità e dignità organolettica, ha ancora molto da dare». In qualità di critico ha attraversato un decennio in cui le cantine hanno migliorato ovunque la qualità. «Dimostrando finalmente la volontà di caratterizzare i vini, in controtendenza rispetto agli anni Novanta». Poi una stoccata all'agricoltura massiva: «Ciò che ci manca è un patrimonio di vigneti, sradicati dal dopoguerra in poi, mentre ad esempio in Francia ancora trovi giacimenti centenari. Ben venga dunque il ritorno al rispetto dell'ambiente e a un'agricoltura naturale praticata da molto prima di noi in paesi come la Francia e la Germania. Romanée Conti ad esempio fa biodinamica da secoli, mentre noi stiamo ancora a discuterne».

Sorsi da non perdere? «La viticoltura campana, soprattutto in fatto di bianchi, nonostante la qualità media migliore resti negli altoatesini - conclude Pardini - Sottostimata è invece la capacità ligure, dove ho assaggiato una delle migliori scoperte tra i rossi Rossese di Dolceacqua. Guardando alla qualità tout court: il Piemonte. Affettivamente dico il Chianti Classico che ha tutto per essere un prodotto contemporaneo: versatilità, freschezza, eleganza a prezzi equilibrati».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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