Sicurezza
«Mi ha abbracciato, non posso crederci»
Il racconto della vittima: una volta mi è venuto a prendere a casa e aveva detto che era isolata, ora mi è tutto più chiaro
LIVORNO. «Lo conosci questo? Quando gli agenti della polizia mi hanno messo davanti la foto di Angelo non credevo ai miei occhi. In questi mesi avevo pensato a migliaia di persone: dipendenti licenziati, fornitori con i quali c’erano state delle discussioni, gente che conosco e con i quali sono in affari. Poi gli agenti mi hanno spiegato la ricostruzione che avevano fatto e tutto mi è sembrato più chiaro: ho ricollegato i tasselli, mi sono venuti in mente anche i nostri incontri: la trattativa per comprare alcuni banchi frigo e un fabbricatore del ghiaccio, il litigio perché volevo che riparasse il macchinario. Una volta è anche venuto a prendermi a casa, siamo stati in giardino a chiacchierare, mi ha fatto i complimenti per la villetta e ha aggiunto che era un po’ isolata. Un’altra volta mi ha anche abbracciato. E quando ad agosto ho saldato il debito e gli ho detto dell’agguato mi ha risposto che era fuori e che non aveva sentito niente. Se ci penso mi vengono i brividi a pensare a quanto poco valga la vita per certe persone. Come mi sento adesso? Meglio, più tranquillo, anche se ho ancora dei forti giramenti di testa per via del trauma cranico causato dalle bastonate e dolori alla spalla per il proiettile».
Simone Gonnelli, 44 anni, porta ancora addosso i segni dell’aggressione di cui è stato vittima la notte del 28 luglio scorso, ma l’arresto di due dei presunti autori dell’agguato lo ha reso «più sereno». «La svolta nelle indagini – racconta – è stata il ritrovamento del cellulare. A fine agosto mio padre è stato contattato da un turista tedesco che ha raccontato di averlo trovato a Santa Luce, mi ha spedito le foto e la sim. Da quello è partito il grande lavoro della polizia che è riuscita a risolvere il caso».
Sul rapporto con Angelo Chiarenza Gonnelli racconta: «Si è presentato a Calafuria a gennaio dello scorso anno, mi ha detto che aveva questo materiale perché un altro locale stava chiudendo, siamo andati insieme a vederlo è in quell’occasione che mi è passato a prendere a casa. Solo dopo ho scoperto che la macchina del ghiaccio non funzionava, lui voleva i soldi e gli ho risposto che li avrebbe avuti dopo averla riparata».
Poi è avvenuto l’agguato. «Sono convinto – prosegue – che il movente principale fosse la rapina, altrimenti perché sarebbero venuti in quattro? La mia idea è che volessero darmi una lezione, bastonarmi e poi trascinarmi in casa per portare via i soldi. Ma la mia reazione li ha sorpresi. Dopo essere finito a terra e aver preso le prime bastonate, sono riuscito a disarmare uno dei due e ho iniziato a colpire anche io. L’ultima cosa che ricordo di quella notte è la voce dell’altro che dice: “Sparagli”».
Federico Lazzotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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