Il Tirreno

Livorno

«Non è stata una truffa» Prosciolti i cinque indagati

di Federico Lazzotti
«Non è stata una truffa» Prosciolti i cinque indagati

Il giudice ha disposto l’archiviazione e rimandato gli atti al pubblico ministero In corso ci sono altri due procedimenti che ora potrebbero finire nel nulla

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LIVORNO. Sulla porta di quello che fino a un anno fa era la sede del “Centro benessere Roma 61” c’è un cartello con la scritta affittasi e il messaggio: «All’interno tutto l’occorrente per un istituto di bellezza».

In attesa che un imprenditore rilanci l’attività, in tribunale si è chiuso con un’archiviazione il primo dei tre procedimenti penali a carico dei precedenti gestori che facevano riferimento alla P.e.al srl, società che gestiva anche il centro dimagrimento di via Crispi e messa in liquidazione alla fine di aprile.

L’accusa nei loro confronti da parte dei primi quaranta clienti riguardava la sottoscrizione, anche falsa, di contratti e finanziamenti che avrebbero permesso ai gestori di intascare migliaia di euro prima di chiudere uno dopo l’altro i due centri, senza più garantire il servizio. Ma anche di aver eseguito sui pazienti sedute vietate per i centri benessere come la cavitazione.

«Si tratta di veri e propri raggiri e artifizi – scriveva l’avvocato nella querela che ha dato il via all’inchiesta – che allo scopo esclusivo di percepire una donazione di denaro da parte di soggetti attivi già consapevoli dall’inizio di non voler effettuare la controprestazione».

Nel registro degli indagati con l’accusa di truffa sono finiti così Elisabetta Aru, 38 anni, Giuseppa Capitta, 63, Valeria Bernini, 42, Linda Bicchierini, 32 e l’amministratore-liquidatore Samuele Mariotti.

Nel luglio scorso era stato lo stesso pubblico ministero Luca Masini a chiedere, dopo aver visto gli atti, l’archiviazione del procedimento. A metà novembre davanti al giudice Gioacchino Trovato si è svolta l’udienza per discutere l’opposizione al decreto di archiviazione.

La settimana successiva è stato depositato in cancelleria l’originale del provvedimento di scioglimento di riserva contenente il seguente dispositivo: «Il giudice dispone l’archiviazione e ordina la restituzione degli atti al pubblico ministero».

Spiega il legale di uno degli indagati: «Il pm in sede di udienza ha spiegato molto chiaramente quello che abbiamo sempre sostenuto: si tratta di un inadempimento contrattuale e pertanto sprovvisto di rilevanza penale. Anche perché se ci fosse stata una truffa sarebbe stato necessario individuare la persona fisica che l’ha compiuta».

Un altro aspetto determinante nella scelta del giudice – le motivazioni saranno disponibili tra una ventina di giorni – potrebbe essere stata quella del mancato arricchimento delle persone indagate. «Dai loro conti correnti – insiste il legale – è chiaro che ci hanno rimesso personalmente. Dalla chiusura del centro, in ogni caso, sono stati già moltissimi i finanziamenti bloccati che adesso sarà compito della società risolvere».

Se per gli indagati questa è l’occasione per tirare un sospiro di sollievo, per i quaranta clienti che avevano firmato la denuncia si tratta di una doccia fredda. Per loro parla il legale che li ha rappresentati, l’avvocato Angela Galli: «Ci sono altri due procedimenti ancora al vaglio degli inquirenti su cui non c’è stata alcuna pronuncia e per quelli le denunce sono ancora più dettagliate. In più stiamo valutando la possibilità di proporre una istanza di fallimento che possa innescare altri procedimenti penali. Anche perché l’unica certezza è che i finanziamenti sono stati erogati, il servizio non sfruttato e i soldi?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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