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Riordino province, rischio caos se il decreto non va in porto

Riordino province, rischio caos se il decreto non va in porto

Uno studio del ministero della funzione pubblica elenca tutti i problemi che si aprono ora che il governo ha annunciato le dimissioni e che il decreto rischia di passare in soffitta

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Province, e ora che cosa succede? Dopo l’annuncio delle dimissioni di Mario Monti e del suo governo dopo l’approvazione della legge di stabilità, il provvedimento di riordino sembra destinato a saltare. Vittima del poco tempo rimasto a disposizioni per le Camere ma anche - soprattutto - dell'opposizione del Pdl che ha sollevato l'eccezione di costituzionalità. La riforma è ferma in commissione al Senato. Uno studio del governo, inviato ad alcuni senatori e anticipato dall’agenzia Ansa, ripercorre le conseguenze della mancata conversione del decreto.

I CONTI NON TORNANO PIÙ. «Tra le conseguenze, oltre ai mancati risparmi, la lievitazione dei costi a carico di Comuni e Regioni e il blocco della riorganizzazione periferica dello Stato», sottolinea lo studio del Dipartimento delle Riforme del Ministero della Funzione Pubblica. «I perimetri e le dimensioni delle province - sottolinea il documento - resterebbero quelli attuali (“rinascono” 35 province) e verrebbe meno l'individuazione delle funzioni “di area vasta” come funzioni fondamentali delle province, sicchè le province restano titolari di sole funzioni di indirizzo e coordinamento».

CAOS ISTITUZIONALE. Di conseguenza, viene evidenziato, «le Regioni dovranno emanare entro la fine di quest'anno leggi per riallocare le funzioni tra Comuni e Regioni medesime. Non potendo allocare le attuali funzioni provinciali a livello comunale, trattandosi per l'appunto di funzioni di area vasta e quindi di livello sovracomunale, ciò comporterà - affermano gli esperti - tendenzialmente la devoluzione delle funzioni alle Regioni con conseguente lievitazione dei costi per il personale (il personale regionale costa più di quello provinciale e comunale) e la probabile costituzione di costose agenzie e società strumentali per l'esercizio delle funzioni».

Qualora «le Regioni non provvedessero lo Stato dovrà intervenire in via sostitutiva, quindi bisognerà valutare, Regione per Regione, come riallocare le funzioni ora esercitate dalle province». Inoltre, «le Regioni hanno delegato alle province numerose funzioni proprie: a questo punto le deleghe dovrebbero essere ritirate». Il mancato riordino delle Province, si mette in luce infine, «si riflette sulla riorganizzazione dell'amministrazione periferica dello Stato e sui risparmi alla stessa collegati. Infatti, gli uffici periferici dello Stato sono organizzati tendenzialmente su base provinciale. Il mancato riordino delle province quindi rende problematica l'attuazione della riorganizzazione degli uffici periferici».

IL NODO DEI MUTUI. «La mancata conversione del dl sulle Province «porrà inoltre una questione finanziaria legata dal problema dei mutui contratti dalle province con banche e soprattutto Cassa depositi e prestiti: a questi dovranno subentrare regioni o comuni o dovranno essere frazionati; altri problemi riguarderanno il trasferimento del personale, dei finanziamenti, dei beni immobili».

RISCHIO INCOSTITUZIONALITÁ. La mancata conversione inoltre fa «tornare il rischio di una declaratoria di incostituzionalità». «Un rischio di incostituzionalità grava - viene evidenziato però - anche sul decreto in esame».

«Il Salva Italia è stato impugnato - si legge nello studio del governo messo a punto in vista dell'esame del dl sulle province e delle difficoltà riscontrate durante l'iter - perchè la Costituzione prevede che lo Stato assegni alle province “funzioni fondamentali”. Ora, è dubbio che le sole funzioni di indirizzo e coordinamento dei comuni possano costituire “funzioni fondamentali” in senso tecnico. Se la Corte dovesse accogliere i ricorsi, le province avrebbero tutte le funzioni attuali (e non solo quelle di area vasta) e non sarebbero nemmeno ridotte di numero. Naturalmente - ci tengono a sottolineare i tecnici del governo - un rischio di incostituzionalità grava anche sul decreto in esame sotto il profilo della forma e del procedimento usati per il riordino».

FILIPPESCHI: "AFFOSSAMENTO SAREBBE DA IRRESPONSABILI". «È l'unica riforma istituzionale della legislatura fortemente voluta dai cittadini. Il presidente della Repubblica ha invocato in ogni occasione la necessità di dare segnali forti e concreti. Sarebbe davvero da irresponsabili affossare il decreto legge che razionalizza e cambia le province non convertendolo». Lo afferma in una nota Marco Filippeschi, sindaco di Pisa e presidente di Legautonomie.    «La riproposizione dell'eccezione di costituzionalità da parte del Pdl - aggiunge - non si spiegherebbe dal momento che si è lavorato fino a ieri a migliorarne i contenuti col contributo delle autonomie locali. La situazione diventerebbe davvero caotica e ingovernabile. Facciamo appello a tutti i gruppi del Senato e al governo perchè si arrivi all' approvazione».    Si tratta, prosegue Filippeschi di «un cambiamento serio, a portata di voto d'approvazione: avremmo voluto e sarebbe stata necessaria la riforma organica della Carta delle autonomie, ma proprio il Pdl ha avuto una larghissima maggioranza parlamentare e il tempo per farla. Dunque oggi è incomprensibile e inaccettabile vanificare tanto lavoro e tanto confronto che ha toccato sensibilmente le realtà locali e avere fatto tanto rumore per nulla significherà un altro durissimo colpo all'affidabilità di chi fa una scelta conservatrice». Infine per quanto riguarda i nuovi assetti della Toscana, Filippeschi auspica «che alla fine sia mantenuto l'impianto proposto dal governo e preferito dalla Regione, voluto anche da sindacati, associazioni d'impresa e ambientaliste, che valorizza le aree vaste che hanno caratteristiche metropolitane, come la nuova provincia che terrebbe insieme quelle di Massa Carrara, Lucca, Pisa e Livorno».

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