Il Tirreno

Livorno

«Perseguitata per metà della mia vita»

di Federico Lazzotti
«Perseguitata per metà della mia vita»

Il racconto della giovane vittima: il giorno dopo la condanna l’ho trovato ad aspettarmi fuori da una lezione

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LIVORNO. «La prima volta che l’ho visto ero in terza elementare: avevo 8 anni ed ero seduta sull’autobus con un’amica. Eravamo nei posti in fondo. Chiacchieravamo, quando ci siamo trovate di fronte questo signore. Ci ha chiesto: “Posso farvi una foto?”. Noi ci siamo guardate, abbiamo sorriso e detto «sì». Pensavamo a un gioco. Invece il giorno dopo mi ha avvicinato: voleva farmela vedere. Lo stesso ha fatto quello successivo. Alla fine me lo trovavo davanti ovunque andassi: sul bus, in centro, fuori dalla porta di casa, all’entrata e all’uscita da scuola, anche in pizzeria. Mi ha offerto gelati, chiesto di seguirlo, sfiorato la schiena. Una volta mi ha detto: “Sono innamorato di te e sono cinque anni che ti corteggio, vorrei sapere perché non sono corrisposto”. Avevo tredici anni e non sapevo cosa volesse dire, così sono tornata a casa e ho chiesto a mamma il significato di corrisposto».

E. adesso di anni ne ha 16, capelli lisci, sopracciglia sottili e occhi marroni e grandi. Quando parla di Lui, nonostante la madre sia seduta al suo fianco, diventa rossa in faccia e nasconde le dita sotto alla felpa grigia.

«Per metà della mia vita – dice come per giustificare emozione e imbarazzo – è stato il mio incubo. Di lui non ho mai avuto paura, quello di cui avevo paura erano le sue reazioni. Anche perché all’inizio pensavo che la smettesse, per questo non l’ho detto ai miei. Poi però la cosa è continuata e allora sono cominciate le segnalazioni e poi le denunce. La mia giornata, tuttora, è fatta di ansie. Io e Lui abitiamo nello stesso quartiere e quando ero piccola e andavo alle elementari e poi alle medie uscivo per prendere la merenda e lo trovavo ad aspettarmi, mi seguiva fino a scuola, camminava accanto a me a un metro di distanza. E quando uscivo faceva la stessa cosa. Lo stesso succedeva quando andavo in centro con l’autobus: lui saliva alla fermata dopo la mia e scendeva a quella prima. Quando era l’ora di tornare a casa, salivo di nuovo ed ero felice se non lo vedevo, ma alla fermata successiva spuntava, sempre. Negli anni – va avanti – le cose sono peggiorate e di pari passo si sono aggravate anche le mie reazioni quando lo incontro. Adesso appena accade, entro nel panico e l’unica cosa che riesco a fare è chiamare i miei genitori per farmi venire a prendere. La tappa successiva è il pronto soccorso, dove riesco a calmarmi e vengo refertata».

La vita di una bambina diventata adolescente tra molestie e stalking è fatta soprattutto di rinunce. «L’autobus, ad esempio, non lo prendo più. Poi, a me piacciono le gonne e i pantaloni corti – racconta – invece, tuttora mi compro vestiti che possano coprirmi. Il sabato non vado nemmeno in discoteca e torno a casa alle 10. Mentre quando ero più piccola non mi fidavo dei rapporti con i maschi. E anche nel quartiere, più di una volta è successo che le mie amichette mi abbiano detto che con me non volevano stare perché ero diversa e c’era sempre quel signore».

Poi è arrivata la sentenza. «Pensavo che fosse tutto finito, invece dopo qualche giorno vado al corso di fotografia che faccio con la scuola e lo vedo fuori. Non lo posso dimostrare ma lo so: lui mi aspettava. Non ho mai saputo come faccia a sapere sempre dove sono. In ogni caso – conclude – la mia speranza adesso è che nessuna altra ragazzina debba passare quello che ho passato io».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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