Il Tirreno

Livorno

«Non ci dissociamo dalle violenze»

di Lara Loreti
«Non ci dissociamo dalle violenze»

Dall’ex caserma rivendicano la reazione della piazza: «Noi siamo innocenti, ma c’è stato negato il diritto di manifestare»

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LIVORNO. «Non ci dissociamo dalle violenze successe domenica perché sono la reazione a quello che è successo venerdì e sabato, quando siamo stati attaccati dalle forze dell’ordine che hanno tenuto un atteggiamento provocatorio. Per la prima volta da anni a Livorno è stato negato il diritto a manifestare. E la polizia ha caricato la piazza dal nulla. Una cosa senza precedenti».

È freddo nella ex caserma Del Fante in via Adriana quando, a mezzogiorno, la struttura dismessa e occupata il 18 ottobre del 2011 c’è un via vai di giovani e di cani che giocano. Diritto alla casa, al lavoro e no tav: questi i cavalli di battaglia dei ragazzi dell’ex caserma Del Fante. A fare da portavoce del malessere generale dei giovani occupanti è Giovanni Ceraolo, lavoratore precario, uno dei promotori dei comitati Diritto alla casa, Disoccupati e sfrattati. Conta oltre cento persone il gruppo che gestisce l’ex caserma, una volta usata dalla Folgore, ora rifugio di famiglie sfrattate e in difficoltà e punto di ritrovo per decine di studenti in un momento sociale in cui la crisi economica sta fustigando migliaia di livornesi. Un luogo ricreativo in cui vengono organizzate serate di cinema popolare, laboratori di musica, cene e dibattiti politici. Tutto in autogestione. L’elettricità viene pagata regolarmente con un contratto intestato a uno del gruppo, l’acqua calda c’è, il gas no, «ma usiamo le bombole». Tutto non autorizzato. «Ma che male c’è? Colmiamo un vuoto istituzionale -dice uno dei promotori - e ormai siamo un punto di riferimento del quartiere. Vengono tanti ragazzi, molti accompagnati dalle madri».

Non è ancora ora di pranzo e la saletta wifi, che affaccia sul cortilone della caserma (una volta pieno di piante, «ma noi l’abbiamo tutto ripulito»), è affollata di ragazzi che parlano degli scontri di domenica. Il corteo, oltre 600 persone partite da piazza Cavour, ha attraversato il centro per ritrovarsi prima davanti alla questura e poi in prefettura, dove è iniziato il lancio di oggetti, transenne comprese, contro l’ingresso del palazzo. «Eravamo oltre un migliaio - racconta Giovanni - Noi della ex caserma Del Fante avevamo il volto scoperto come sempre e portavamo solo uno striscione pacifico. Non abbiamo commesso nulla. Ma c’erano tante persone che si sono unite spontaneamente e che hanno raccolto il nostro appello. Molti erano ragazzini». Ceraolo spiega che la manifestazione è stata organizzata in meno di 24 ore. «C’è stata un’ottima comunicazione tramite facebook e youtube, e nel corso del corteo col megafono, che io stesso portavo. Poi però il corteo ha preso il sopravvento: la piazza è diventata incontrollabile e siamo stati noi stessi della ex caserma a spronare gli altri a venir via. Il punto è che noi non tolleriamo che ci venga negato il diritto a manifestare».

Mentre Ceraolo espone le sue motivazioni, gli altri ragazzi annuiscono. «Faccio politica a Livorno da dieci anni e scene del genere non le avevo mai viste», dice una giovane attivista di 35 anni che fa l’insegnante all’Elba. Dopo anni di precariato la livornese ha finalmente stabilizzato la sua posizione. E nel corso degli anni non ha mai smesso di credere negli ideali che l’accomuna agli altri militanti: «Ci unisce il rifiuto dell’oppressione imposta dall’alto». Le fa eco un precario che di anni ne ha 33: «Questa è una città particolare, non esiste che la polizia carichi 50-60 persone che fanno una manifestazione pacifica. Sabato in piazza Civica ci hanno minacciato: ci hanno detto “Se non vi disperdete vi pestiamo”». Frase questa smentita dalla questura. Ma il malessere era nato venerdì nel corso del comizio di Pierluigi Bersani: «Eravamo una trentina e volevamo solo esporre uno striscione. Qualcuno mi spieghi perché quando è venuto Renzi la polizia ci ha fatto entrare nella sala e da Bersani invece no», dice Giovanni.

Il portavoce rivendica il ruolo sociale del suo gruppo: «In un anno abbiamo dato un tetto a 100 famiglie, gente con bimbi piccoli che ha perso il lavoro e che non sapeva dove andare. Persone che solo in un secondo momento sono entrate nel programma istituzionale dell’amministrazione. Li abbiamo ospitati nei 2600 metri quadri di caserma in cui ogni giorno facciamo manutenzione. E nelle altre strutture occupate cioè l’ex Asl di via Ernesto Rossi e l’ex centro civico di via degli Asili. Al Comune evidentemente fa comodo tenerci buoni perché avere cento famiglie per strada non è il top».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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