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Vedi alla voce Livorno così singolare, così plurale
Nel consiglio-tandem di Comune e Provincia le storie di una città unica Kutufà: io cattolico, l’imam e i leader ebrei insieme alla nuova moschea
LIVORNO. L’ultimo fotogramma dei consigli-tandem (comunale e provinciale) a Palazzo Granducale lo pesca dall’album Giorgio Kutufà. La seduta è per la Festa della Toscana e celebra l’abolizione della pena di morte da parte del granduca Pietro Leopoldo nel 1786, ma il presidente della Provincia esce dai libri di storia e squaderna l’immagine della recente inaugurazione della moschea al Picchianti: lui cattolico, l’imam islamico e i leader degli ebrei, gli uni accanto agli altri a riprova che un altro mondo è possibile. E Livorno ne costruirà un pezzo.
Ovvio che questa sia una assise del tutto particolare: e non solo perché la sala della Provincia è affollata di studenti delle superiori. Non ci sono delibere ma la celebrazione di un aspetto identitario. Quest’eredità delle “Livornine”, della tradizione tollerante e multiculturale della città rimbalza negli interventi: a cominciare da quello di Fabio Di Bonito, presidente (provinciale) dell’ assemblea in accoppiata con l’omologo (comunale) Enrico Bianchi. «In questa crisi che non è solo economica – afferma Di Bonito – chi più di Livorno può avere le carte in regola per rappresentare la diversità e la solidarietà?». E Bianchi ricorda la capacità di aver costruito nei secoli la convivenza fra corsari e perseguitati, santi e birbanti». Una sottolineatura del genere arriva anche dal prefetto Tiziana Costantino, ma «vista con gli occhi di chi da non molto tempo è arrivata a Livorno da fuori».
Del resto, paradossalmente proprio la «religiosità al plurale in una città di mangiapreti (e con una fra le più basse percentuali di credenti praticanti)» è stata messa al centro, come elemento-chiave nel puzzle identitario, anche nella relazione della giornata. Affidata quest’anno a Mauro Zucchelli, cronista del Tirreno, per andare a scovare le tracce della memoria sulla scia della fortunata iniziativa editoriale estiva che il nostro giornale ha dedicato alle storie della città.
Dopo una carrellata di personaggi in questo “film” (fra Ciampi e Pasolini, i campioni degli sport minori, Lampredi e Bizzarrini ma anche Antonio Bogos «sindaco extracomunitario nella Livorno del Seicento»), il relatore insiste sulla «memoria che non resta impacchettata come un cimelio ma diventa l’oggi e il domani».
Come? Da un lato, nel segno della geografia: e qui è stata ribadita l’esigenza di un nuovo rapporto con Pisa («magari accettando di rendere un po’ più pisano il nostro porto e ottenendo di fare un po’ più livornese l’università»). Dall’altro lato, nel nome del futuro: per ricordare che il boom dei giovani che né studiano né lavorano, l’alto tasso di bocciature e di bassi voti rischiano di farci ritrovare fra 10-15 anni nuove leve dequalificate e fragili. Al tempo stesso, sotto traccia sta nascendo una “fabbrica di cervelli” con il germogliare di realtà di ricerca che coinvolgono 100-200 persone. «Tocca alla politica decidere quale di queste due Livorno vorrà costruire», ha detto il relatore riservando l’ultimo ricordo al nostro collega Luciano De Majo.
Giannini (Sel) legge nell’amicizia fra Caproni e Pasolini lo spirito tutto livornese nel segno della «forza di una irriverenza dolce e disincantata». Guai se i livornesi perdessero «questa splendida anomalia», altolà a ogni minaccia normalizzatrice. Anche Cosimi (Prc) punta su quest’identikit fuori dal comune ma lo declina in chiave solidaristica: lo slancio di fratellanza fora ogni barriera («lo vediamo tanto nel volontariato che nell’amicizia di Ablondi con la Fagni e con Italo Piccini»).
Per il dipietrista Romano ben venga «la riscoperta di un certo orgoglio per il nostro passato» ma, citando Dante (nel sesto canto del Purgatorio), cerca lo scossone parlando di «nave sanza nocchiere in gran tempesta» e di «bordello».
È l’ex sindaco Lamberti a riprendere il filo da Ciampi (e da Napolitano) per cogliere al volo le novità della politica internazionale e dire che «Livorno può mettere il proprio mattoncino per costruire un pezzetto di pace in Medio Oriente». Cannito, che confesserà poi il sogno di «un grande appuntamento a Livorno come crocevia per tutti», si rivolge «più agli studenti che alle autorità»: li invita a stimolare le istituzioni. Serve più «attenzione ai “nessuno” che si rivoltano in silenzio contro oligarchie e soprusi», avverte Landi (Udc)
Dal centrodestra Romiti suggerisce di «seppellire le ideologie del ’900 e costruire il futuro su programmi e idee», Palmerini segnala che «la Livorno di Pietro Leopoldo aveva un pacchetto di diritti senza uguali nel mondo di allora», mentre Russo ribadisce l’esigenza di una «buona politica che costruisca prospettive di sviluppo e ingeneri speranza».
Per il capogruppo Pd Gulì è questa la festa «delle tante diversità territoriali». Ma – e qui si lancia in un affondo sul duello con Pisa per il capoluogo – non si superano i campanilismi a suon di sgambetti e sotterfugi, «fra poca concretezza e poca correttezza» in mezzo a »situazioni imbarazzanti» per dribblare l’oggettivo parametro della città più popolosa.
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