Gioco
Sette milioni di voti in cerca di un padrone
Almeno sette milioni di voti in libera uscita. Un popolo errante, deluso dall'inganno berlusconiano, incattivito dalla crisi cerca una nuova rassicurante casacca
Almeno sette milioni di voti in libera uscita. Un popolo errante, deluso dall'inganno berlusconiano, incattivito dalla crisi cerca una nuova rassicurante casacca. Erano più di 13 milioni e 600mila gli elettori del Pdl nel 2008. Un mondo fa. Oggi quel che resta del Popolo della libertà è appena il 14,1 per cento, secondo l'ultimo sondaggio Ipsos effettuato per "Ballarò". Un numero più che dimezzato rispetto al 37,3 di cinque anni fa. Sette-otto milioni di cittadini che - se non resteranno tutti a casa a guardare la tv, come appare inverosimile - risulteranno decisivi nelle elezioni del 2013. In termini percentuali rappresentano il 20 per cento circa dei 36 milioni e mezzo di voti validi del 2008. Una bomba nelle urne.
Gli studiosi di flussi elettorali sostengono che Grillo e il suo Movimento 5 Stelle rappresentano una prima calamita per una quota di questo elettorato, giovane, arrabbiato e con una certa dimestichezza con il mondo web. Da un milionario guitto a un comico milionario, tante le affinità elettive. Ma la battuta non è sufficiente a spiegare le dinamiche dei flussi elettorali. C’è un’area vasta di italiani orfani di rappresentanza politica. Attratti da quella che con troppa facilità viene bollata come antipolitica, ma anche interessati a una proposta di nuova politica. Buona politica, innanzitutto. Lo ha capito per primo Matteo Renzi beccandosi l’insensata accusa di inquinare le primarie del centrosinistra grazie all’appoggio di elettori provenienti dal centrodestra. Buttarsi a sinistra? Sul carro del partito, il Pd, che al momento appare favorito? In effetti la lunga marcia verso la candidatura a premier – chiunque sarà il vincitore domani sera – ha acceso un faro su quella composita organizzazione che riunisce al suo interno sia Bersani che Renzi.
Due partiti in uno. O meglio, due concezioni dissonanti l’una dall’altra di quel che deve essere una forza di governo riformista. Il politologo Luca Ricolfi sulla “Stampa” di Torino ha rispolverato le definizioni di socialdemocratico per il segretario del Pd e di liberalsocialista per il sindaco di Firenze. Famiglie politiche che quando hanno saputo convivere – raramente purtroppo per l’Italia – hanno dato il meglio della prassi politica della sinistra. Fondere l’usato sicuro di Bersani e il giovanilismo rottamatore di Renzi per forgiare qualcosa di nuovo. Ma né l’uno né l’altro sembra disposto a cedere. E a chi vede in un ipotetico ticket elettorale Bersani-Renzi la chiave sicura per aprire il portone di Palazzo Chigi, il segretario del Pd ha risposto con una chiusura netta durante un videoforum con “Repubblica Tv”. Come contendersi insomma quei milioni di voti disponibili? Renzi sostenuto dall’ambizione e dalla presunzione di sfondare tra i disillusi del centrodestra rifiuta con forza l’alleanza con Casini; non vuol lasciare all’Udc il campo nel quale crede di fare gol. Una scelta che sottintende un governo monocolore del “suo” Pd totalmente rinnovato. E maggioritario.
Bersani coprendosi a sinistra con Vendola punta a superare quel 33 per cento che Veltroni portò in dote al Pd alla sua prima apparizione elettorale. Dal 34 in su sarebbe un successo, insufficiente comunque a governare. Mano tesa dunque a movimenti, liste della società civile e a chiunque ci sta. Compreso l’onnipresente Pierferdinando. Dunque governo di coalizione. A entrambi il merito di aver parlato chiaro: sono distanti, non solo per età. Anche chi alle primarie non si è iscritto (per sua scelta o perché ostacolato dalla timorosa burocrazia di partito) non può restare indifferente al risultato del ballottaggio.Nuova tappa delle irrisolta storia della sinistra italiana. Della storia d’Italia.
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