Il Tirreno

Livorno

«Marco ci manchi, corriamo per te»

di Lara Loreti
«Marco ci manchi, corriamo per te»

La famiglia del giovane morto in Brasile ieri al completo alla maratona: tutti indossano la maglia con la sua foto

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LIVORNO. Correre una maratona è una sfida faticosa e affascinante che permette di esternare nel fisico ciò che si prova dentro. La sfida della famiglia Massidda più che una maratona è un calvario. Lo è affrontare la morte di un figlio di 28 anni. Marco è deceduto il due novembre in Brasile. E la vita per i genitori è diventata un percorso di dolore da quando il corpo del giovane è stato ritrovato morto in un albergo a Fortaleza. Ma i genitori, Francesco e Donatella, non si danno per vinti. E ieri, insieme a tutta la loro famiglia, alle 9 erano sul lungomare, pronti a tagliare il traguardo più importante: quello di correre insieme per Marco. Tutti in campo, con una maglietta blu con la foto del 28enne e la scritta “Ciao Marco”. Presenti i genitori, ma anche la nonna Anna, 81 anni, le zie Teresa e Rita, i cugini Paolo, Ilaria e Luca. Tutti a fare il tifo per Marco. Una giornata simbolica, densa di emozioni. E tra i familiari del giovane c’era anche chi, come il cugino Stefano, ha sostenuto fino in fondo la sfida della maratona, allenandosi e correndo, e riuscendo alla fine a raggiungere l’obiettivo di completare il circuito in un’ora e 43 secondi, due in meno rispetto alle previsioni. «Dopo la morte di Marco, il cugino Stefano, 34 anni, ha voluto a tutti i costi portare avanti il progetto della maratona - dice Donatella - ed è stato lui a trascinarci tutti in questa bella iniziativa. I due erano molto legati: da bimbi stavano sempre insieme». I genitori di Marco sono tornati martedì dal Brasile, dove hanno trascorso una settimana per cercare di orientarsi in quel turbine che ha investito le loro vite.

Come è andato il viaggio a Fortaleza?

«Non è stato facile (racconta Donatella). Abbiamo organizzato tutto di notte: la prefettura ci ha preparato subito i passaporti e un nostro amico ha aperto la sua agenzia di viaggio per farci immediatamente i biglietti dell’aereo. Onestamente ci saremmo aspettati una maggiore presenza delle istituzioni in questa fase. Una volta arrivati a Fortaleza, dopo un viaggio allucinante, nel primo giorno e mezzo la situazione è stata difficilissima. Ci siamo ritrovati catapultati laggiù, in un Paese straniero molto diverso dal nostro, con tempi lunghissimi e senza capire la lingua. Sembrava un incubo. Poi però la situazione è cambiata: il consolato c’è molto venuto incontro».

Quando avete saputo cosa era successo? E che ruolo ha avuto facebook?

«Abbiamo appreso la notizia della morte di Marco il giorno dopo, dalla sua bacheca di facebook. Eravamo on line, come sempre (racconta Francesco), aspettando che arrivasse Marco per chattare un po’ con lui e sapere come stava, quando abbiamo notato un post in inglese sulla sua bacheca. Un ragazzo chiedeva se c’era qualcuno che conosceva i genitori di Marco “perché lui è morto”. Poi sotto c’era un commento, sempre in inglese: “No, non è vero”. E la stessa persona che aveva messo il primo post, invece rispondeva: “No no, è vero”. Ci è crollato il mondo addosso. Non riesco neanche a descrivere cosa abbiamo provato. A quel punto abbiamo chiamato l’ambasciata italiana in Brasile per sapere se davvero nostro figlio fosse morto. Loro non sapevano nulla, ma dopo una ventina di minuti mi hanno richiamato al cellulare e mi hanno dato la conferma».

La polizia o le autorità locali non vi hanno avvisato della disgrazia successa?

«Nessuno ci ha detto nulla (dice Donatella), lo stesso viceconsolato di Fortaleza ha appreso la notizia dalla tv».

Che idea vi siete fatti delle circostanze della morte? Si è parlato di una presunta omissione di soccorso e ci sarebbe anche una testimone che parla di ritardo nel soccorso.

«Spero che quello che dice quella ragazza non sia vero perché se fosse così, Marco poteva essere salvato. Ma noi su questo non abbiamo niente da dire - dicono i coniugi - aspettiamo che la polizia faccia il suo lavoro. Se poi le indagini dovessero confermare quella versione, allora valuteremo se rivolgerci a un legale. Ma per ora aspettiamo che Marco torni qua».

Com’era la sua vita laggiù?

«Lui era entusiasta di quell’atmosfera così affascinante e diversa dalla nostra. Voleva aprire una caffetteria. E a noi diceva sempre: “Venite anche voi qui, c’è lavoro, stiamo insieme”. Aveva già vissuto a Londra per un anno e mezzo, ma mentre stava lì era andato in Brasile per trovare degli amici e si era innamorato. Londra per lui era una città troppo nordica. A Fortaleza aveva incontrato tanti italiani e aveva anche un amico che viveva a 3-4 ore dalla città, ma con cui si vedeva spesso. Lui era uno spirito libero e si adattava a tutto. Era sorridente e sempre disponibile, anche verso gli anziani».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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