In Medio Oriente razzi e bombe, al Picchianti l’ulivo della pace
LIVORNO. Fra il Picchianti e la Striscia di Gaza ci sono ben più dei 2.515 chilometri che dice il mappamondo. Laggiù in MedioOriente, la terra martoriata dove piovono le bombe degli F16 israeliani (e...
LIVORNO. Fra il Picchianti e la Striscia di Gaza ci sono ben più dei 2.515 chilometri che dice il mappamondo. Laggiù in MedioOriente, la terra martoriata dove piovono le bombe degli F16 israeliani (e da dove partono i razzi di Hamas); qui in via Guarini, all’inaugurazione della nuova moschea c’erano i vertici della Comunità ebraica, oltre ai rappresentanti delle istituzioni e delle altre religioni.
Davvero fra la nostra periferia a ovest di Cisternino e quell’angolo di Mediterraneo insanguinato corrono anni luce. Per dirne una: la delegazione ebraica (con il presidente attuale della Comunità Vittorio Mosseri e con il suo predecessore Samuel Zarrough) era la più significativa fra quelle partecipanti e il blog ebraico “Comunitando” aveva fatto auguri senza ritualismi. Per dirne un’altra: i musulmani hanno voluto aprire la moschea alla città scegliendo la domenica come giorno che poteva star bene a tutti. Per dirne un’altra ancora: la parrocchia di San Pio X ha donato l’ulivo come simbolo di pace.
Il professor Adriano Prosperi, nella “lectio magistralis” sui 400 anni dalla fondazione della nostra città ci ha strigliato: Livorno ha una straordinaria storia di apertura multietnica e non ha avuto il ghetto ebraico ma smettiamola di guardarla con le categorie di oggi che ci fanno cadere nella retorica della melassa buonista. I Quattro Mori non hanno forse le catene? Non eravamo forse la capitale dei corsari cristiani?
Ma, in questa nostra città dei mangiapreti, la storia delle religioni (al plurale) racconta un patrimonio di valori di convivenza civile che resta ancora oggi fuori dal comune. Ad esempio: nell’amicizia ultradecennale fra Toaff e Ablondi che si costruì il lunghissimo cammino che porterà nel 1986 alla visita di papa Wojtyla nella sinagoga di Roma (guidata, detto per inciso, proprio dal rabbino capo livornese). E poi: don Cantini, presente ieri alla moschea a nome del vescovo, è il prete che prima ha offerto ai musulmani la sua ex chiesa prefabbricata e poi ha dato un tetto ai figli di un imam nordafricano. E ancora: la comunità islamica ha creato un proprio gruppo donatori Avis per dare il sangue per le urgenze dell’ospedale. Di più: gli ortodossi rumeni pregano nella chiesa cattolica di via Verdi che il vescovo gli ha affidato (e per il funerale ai bimbi rom morti nel rogo don Paolo prestò agli ortodossi addirittura il duomo).
È il segno che abbiamo perso per strada tanti pezzi della nostra identità collettiva, ma questo di una religiosità plurale tollerante no: è una ricchezza.
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