Il Tirreno

Livorno

Il prefetto mamma s’è innamorata di Livorno

di M. Antonietta Schiavina
Il prefetto mamma s’è innamorata di Livorno

«Città anarchica? Macché, la nomea nasce dal fatto che sono liberi, ma solo nei modi

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LIVORNO. Lunedì ore 16. Il prefetto Tiziana Giovanna Costantino arriva in ufficio trafelata, ma puntualissima. Spiega che viene da Roma, dove nei week end, quando i doveri istituzionali glielo permettono, torna per “controllare” che a casa tutto sia a posto - stare un po' insieme al figlio minore che è al terzo anno di architettura - e coltivare la propria vita affettiva.

Succeduta nell'aprile scorso a Domenico Mannino, la dottoressa Costantino è la prima donna Prefetto della provincia di Livorno, ma afferma di non sentirsi una mosca bianca. «Se valgo quanto un uomo è giusto che abbia la stessa credibilità e, naturalmente, gli stessi doveri», dice.

La scelta di fare carriera in un campo fino a pochi anni fa solo maschile da dove deriva?

«Da una passione per le regole che, contravvenendo alla disciplina della mia famiglia, composta più che altro da insegnanti, mi ha fatto iscrivere a giurisprudenza, facoltà che si avvicinava al mio modo di concepire la vita. Avevo già intrapreso la scuola di notariato quando uscì il concorso su cui mi lanciai: su ciò che esso prospettava, qualora avessi vinto, c'era una forte vicinanza con i miei interessi... Avevo ventisei anni e ricordo che partii da sola da Reggio Calabria alla volta di Roma, io che fino ad allora mi ero spostata al massimo fino a Messina, per frequentare l'università».

L'impatto con la Capitale come fu?

«Buono: iniziai in un ufficio legislativo. Poi mi passarono al dipartimento della pubblica sicurezza e da lì seguì un percorso sempre più entusiasmante. Oggi, pensando alla strada fatta, mi ritengo fortunata».

Anche determinata.

«Sì. Ho un carattere, come qualcuno dice "calabrese", che non si ferma davanti a nulla».

Madre di due figli maschi oggi adulti, avrà avuto i problemi di tutte le donne in carriera.

«Con grandi corse, per essere sempre presente. Ma ce l'ho fatta, con l'aiuto di mio marito, un viceprefetto campano incontrato a Roma dopo poco dal mio arrivo, e di una tata vecchia maniera, che mi ha permesso di fare a meno di tutti gli aiuti familiari, e di educare i miei figli senza interferenze...».

Ci racconti di loro.

«Il primo ha 29 anni, ha studiato relazioni internazionali, attualmente è ricercatore all’università di Lund, in Svezia e si occupa di diritto del lavoro comunitario, mentre il secondo ne ha 21 e vuole diventare architetto. Mi hanno aiutato, forse più di quanto io sia stata di aiuto a loro, cavandosela sempre da soli nello studio e nel lavoro, senza mai contare su appoggi esterni. Cosa che mi inorgoglisce molto».

Dopo la nomina a vice prefetto ispettore ha diretto per cinque anni l'Ufficio Amministrazione della Direzione Investigativa antimafia. Un compito piuttosto impegnativo.

«Era un momento particolare, la mafia dilagava e io avevo l'incarico di occuparmi di tutte le attività di supporto. Incarico che non faceva parte dei miei progetti ma che mi entusiasmò, permettendomi di lavorare a stretto contatto con il Prefetto Gianni De Gennaro, persona eccezionale, a quei tempi vice direttore della Dia».

Ha mai avuto paura?

«La paura me la porto dietro da sempre, credo che nessuno debba mai andare all'arrembaggio, ma ho cercato di trasformarla in positivo, tant'è che non mi ha impedito di dire ai miei figli: "Andate e fate la vostra vita", così come la mia famiglia non mi ha ostacolato di fronte alla strada che volevo percorrere e contrariamente al mio fratello gemello che invece ha preferito restare in Calabria».

Parliamo di tempo libero.

«Ne ho poco. La mattina mi sveglio verso le sette, e dopo il caffè, leggo sul sito del Ministero i quotidiani, prima che arrivino quelli cartacei, che poi mi servono per approfondire... Alle nove e mezza sono in ufficio e - a parte una pausa pomeridiana - ci rimango fino alle 21 e 30. Poi, se non ho impegni, me ne sto a casa a leggere o a parlare su Skype con i miei figli... Quando posso mi piace andare al cinema o a teatro e lo farò anche a Livorno. Mi dedicavo al giardinaggio - a Roma abito in una casa con giardino - ma nell'appartamento "di lavoro", sopra la prefettura, non c'è neppure un balcone, così mi limito a controllare le mie piante quando torno a casa... Questa estate sono andata qualche volta al mare, ai Pancaldi: hanno un'aria vintage che mi ricorda i tempi dell'adolescenza».

Conosceva Livorno?

«No. Ma mi è piaciuta subito e l'ottima accoglienza ricevuta dalla città, che non mi aspettavo, mi ha fatto sentire subito a mio agio. Ciò che invece mi aspettavo, e che speravo, non avendo mai fatto questo lavoro prima d'ora, era di riuscire a capirne il senso. Grazie al cielo, ci sto riuscendo, anche se è presto per tirare le somme».

I livornesi sono considerati anarchici. Lei rappresenta lo Stato. Sente questa contraddizione?

«No. Credo che la nomea di anarchici dipenda dal fatto che sono abbastanza "liberi". Ma più nei modi che nei fatti».

Il principale dramma del momento, e non solo per i giovani, è la disoccupazione. Cosa pensa di fare in tal senso?

«Ci sono delle competenze che sfuggono in maniera diretta al prefetto, che però ha il dovere di penetrare i meccanismi che si muovono nelle istituzioni, e questo è il motivo per cui è importante costruire rapporti sinergici con tutte le componenti, sia istituzionali che della società civile.

Anche se non spetta a noi dire a un’azienda se deve licenziare o assumere, dobbiamo farci partecipi delle problematiche sociali, cercando insieme alle altre istituzioni di risolverle... Il ministro Cancellieri durante un recente intervento all'università di Urbino ha detto: "I problemi dell'economia sono legati a quelli della legalità". E' vero e le istituzioni devono "accompagnare" questo momento difficile, per renderlo ancora più spinto sotto il profilo della legalità, poiché al di sotto dei meccanismi economici, possono nascere problemi gravi di ordine pubblico».

Che impressione ha tratto dal ceto industriale labronico e da quello della provincia?

«Li ho trovati vivaci. I problemi ci sono, ma c'è anche la volontà di risolverli. Questa poi è un'aerea molto importante che non va sottovalutata».

Con il sindacato che approccio ha avuto?

«Ho incontrato i vari rappresentanti di categoria, e la realtà bancaria locale - tutti molto preoccupati - e ho ascoltato ogni voce, partendo da un pensiero pragmatico: "Vediamo quanto di concreto si può fare", traendone per tutta risposta grande disponibilità».

Che messaggio vuole lanciare ai cittadini?

«Vorrei dire loro che il prefetto c'è, che lo stato c'è, che si occupa dei problemi della sicurezza, che lotta contro la criminalità e che, nel limite delle proprie forze, cercherà di intervenire sempre...

Con il Comune di Livorno, stiamo mettendo in piedi alcuni progetti interessanti, fra cui un sistema di formazione degli insegnanti e delle famiglie, per la prevenzione dei reati nel web, che riguardano soprattutto bambini e ragazzi, da estendere poi a tutta la provincia e a costo zero, con il supporto di esperti volontari. E ho già riunito il Comitato per l'ordine e la sicurezza con i sindaci dei comuni della provincia, compresi quelli dell'Elba, per ascoltare le esigenze e le proposte dei rappresentanti dei territori, espressione diretta del cittadino».

Anche in Toscana c'è la mafia. E la nostra provincia non ne è immune.

«Dell'argomento si è parlato tempo fa durante la conferenza sulla sicurezza a Firenze. E, pur non potendo affermare che vi siano sodalizi mafiosi stanziali sul nostro territorio, penso che si debba stare molto attenti, ma confido per questo nel lavoro delle forze di polizia e in quello della magistratura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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