Gioco
C’era una volta la grande fabbrica
Quasi dimezzato l’indotto auto: era il settore guida dell’industria livornese
LIVORNO. C’era una volta l’Aeroquip: una cinquantina di dipendenti per produrre tubi flessibili. C’era una volta la Inalfa: faceva tettucci apribili nell’ex stabilimento Spica a Collinaia. C’era una volta la Delphi: costruiva sterzi nello stabilimento ex Fiat in fondo a via Enriques affittato a metà in tandem con la Trw. Tutte con capitali con targa internazionale nello tsunami che negli anni novanta ha trasformato l’identikit delle grandi fabbriche livornesi per metterle nelle mani di multinazionali, tutte nel settore componentistica auto.
La malinconica fine del fantasma della premiata ditta Rossignolo (con il marchio De Tomaso) è l’incubo che si profila sullo sfondo per il settore-chiave dell’industria livornese. Era arrivato a dare 2.200 posti di lavoro, ora siamo alla metà di quei numeri. Ma i problemi non sono finiti qui: il problema è la difficoltà di trovare una prospettiva. Soprattutto adesso che Marchionne ha spostato in avanti a chissà quando il varo dei nuovi modelli: non è un caso che i guai della Trw siano arrivati proprio per lo slittamento del lancio della Nuova Punto, che avrebbe dovuto mettere in pista la richiesta di volumi produttivi in grado di assorbire manodopera.
La Fiat-dipendenza è il guaio che tormenta un settore industriale che vale più di un milione di posti di lavoro e adesso si trova in mezzo a un guado che in realtà è una palude. Non è un caso che a cavarsela un po’ meglio sia la Pierburg, l’ex Motofides: anch’essa a capitale multinazionale, ma con i tedeschi di Kolbenschmidt (Rheinmetall), ora Kspg.
È da due anni che non fa un’ora di cassa integrazione: dipende dal fatto che la produzione Fiat pesa per la metà dei volumi anziché l’80-90% come nelle altre realtà.
Ma c’è anche un altro aspetto: la Pierburg, così come la Magna, hanno nella sede livornese anche reparti di progettazione che caricano i propri costi di struttura non tanto né soprattutto sul singolo stabilimento locale quanto semmai sull’insieme del gruppo.
C’è il tentativo del Compo-lab con cui le istituzioni locali hanno provato a offrire ricerca per invogliare le multinazionali a strutturare legami con il territorio (e allontanare la minaccia di un trasloco, cosa mai completamente esclusa nelle logiche localizzative dei grandi gruppi planetari). Ma in realtà il distretto della componentistica è nato solo nei convegni: le grandi fabbriche multinazionali hanno creato pochi legami di fornitura con la rete delle piccole aziende e del know how del territorio.
Già, il know how. Ma esiste ancora o negli anni si è assottigliato il “parco umano” delle professionalità industriali (fresatori, rettificatori, saldatori, tornitori...) presenti nel nostro territorio? Ad ascoltare alcuni fra i pochi imprenditori ancora a galla, ci sarebbe da dubitarne.
Ora come ora, però, la questione numero uno riguarda i numeri: riuscire a mantenere una busta paga o comunque un reddito a una folla di lavoratori che vive con la paura sì di perdere quel posto di lavoro ma soprattutto di smarrire qualsiasi opportunità perché tutt’attorno non si vede altro che cactus e deserto. A meno che la soluzione non sia bruciare gli ultimi risparmi per aprire un buco di botteghina e cercare di sopravvivere. Fino alla prossima botta.
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