Il Tirreno

Livorno

Povera mia Livorno metafora della decadenza

di Ludovica Monarca
Povera mia Livorno metafora della decadenza

La sua nazione? È l’umanità. Ma la sua città resta questa, nel bene e nel male Dal cantiere navale all’Odeon: «Anche qui politica asservita agli speculatori»

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. «Raminghi per le terre e per i mari per un’Idea lasciammo i nostri cari, nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà» Neanche il tempo di sedersi e Pardo Fornaciari comincia a cantare Pietro Gori, per mettere subito le cose in chiaro. Occhi azzurri e sguardo deciso. Pardo è così. Non le manda a dire, neanche in versi. «Voglio affermarlo chiaramente – dice dopo aver finito il verso della sua canzone preferita – sono un nazionalista. E la mia nazione è l’umanità».

Paolo-Edoardo (Pardo) Fornaciari, livornese del 1948, forse vorrebbe rinunciare alle sue aspirazioni filosofiche, ma non gli riuscirà. Guai a provare a etichettarlo e rinchiuderlo in una singola professione: «Io sono solo un essere umano che punta a divertirsi patendo il meno possibile e soprattutto senza far soffrire gli altri».

E così Pardo continua a dedicarsi alla ricerca sull'incontro tra le culture ebraica e cristiana, spaziando dalla storia alla linguistica alle manifestazioni del pensiero, senza dimenticare la sua passione per il canto che negli ultimi dieci anni lo ha portato a riscoprire e coltivare canzoni popolari, di lavoro e di lotta, toscane e non. Una passione che vuole trasmettere a tutti costi e per la quale ha deciso di tenere un corso proprio di canzoni popolari all’interno del centro di quartiere Chico Malo insieme al musicista Marco del Giudice. A Livorno.

Perché la sua nazione è l’umanità, ma la sua città resta questa, nel bene e nel male. Città che Pardo osserva e analizza con lo stesso sguardo deciso che ha mentre afferma: «Livorno è purtroppo la metafora perfetta della decadenza italiana guidata da una dirigenza politica asservita a speculatori e incapace di capire che la cultura è un bene sotto ogni punto di vista, sociale e economico».

È del 1948 Pardo, nei suoi ricordi ci sono gli anni dell’esperienza della Casa della cultura e la forte influenza della società operaia. «Duole dirlo – spiega – ma tutto è cambiato quando la classe che aveva partecipato alle proteste degli anni Sessanta è arrivata a far parte della dirigenza politica. Da allora vedo un costante declino che è il prodotto della disgregazione del blocco sociale e politico delle classi lavoratrici, ora si punta solo a fare cassa. La cultura non trova spazio, manca la base sociale, non ci sono progetti e quando ci sono stati si sono ripudiati in nome del liberismo».

Gli esempi secondo Pardo sono tantissimi dal cantiere navale fino all’Odeon trasformato in un parcheggio. «Parcheggio che è sempre vuoto – tiene a sottolineare – Non sarebbe stato meglio creare un centro culturale? Livorno è una città piena di artisti, di tutti i tipi, dovrebbero essere coltivati, protetti, difesi, ma invece non ci sono gli spazi. In città esistono da alcuni anni ben quattro centri sociali autogestiti, in rapporto alla popolazione è una dato pazzesco, segnale evidente di un’effervescenza politica e culturale che chiede di avere spazio, ma nessuno se ne rende conto».

Si ferma un attimo Pardo e sorride. Un sorriso quasi di sfida, ma che nasconde tristezza. «Voglio raccontare una storia – dice – Circa venti anni fa Carlo Coccioli, un livornese partigiano premiato con la medalia d’argento della resistenza, dopo essere diventato un famoso romanziere in Messico, era tornato nella sua città natale con una proposta per la giunta comunale: creare una fondazione il cui scopo sarebbe stato far emergere gli scrittori locali. Una fondazione da lui finanziata. Gli hanno detto di no. La città era Livorno. Ci rendiamo conto? Questa storia dice tutto su quello che è diventata Livorno e la sua classe dirigente». E i livornesi? «Siamo livornesi, dentro di noi c’è l’osso, viva il cappello rosso, viva la libertà», canticchia di nuovo Pardo e il suo sguardo torna ad essere fiero e sicuro. «Credo che questo verso rappresenti ancora alcuni di noi – afferma ¬– ma di certo negli ultimi anni c’è stata una grande fuga dei livornesi verso l’individualismo. Manca quell’organizzazione politica che era alla base delle masse sociali nelle gloriose esperienze degli anni Cinquanta e Sessanta. E poi, sarò ripetitivo, ma manca la conoscenza, la cultura. Per questo ho voluto organizzare questo corso. Attraverso questi versi si riscoprono ideali e quindi sogni, ma anche storie concrete che possono risvegliare e accrescere gli spiriti». Non è semplice studiare le canzoni popolari, riportarle alla luce, il lavoro è simile a quello di un archeologo, ma lo sguardo sicuro di Pardo brilla di emozione quando ne parla.

«Le canzoni durano di più delle statue e delle lapidi – afferma – Nelle loro parole sono nascoste storie, gesti di una quotidianità che sembra persa e invece non lo è. Per questo chiederò a chi seguirà il mio corso di chiedere ai propri genitori e ai propri nonni di raccontargli che canzoni gli cantavano da bambini. È proprio così che in passato ho scoperto che alcune nonne mettono a letto i propri nipoti cantadogli la storia dell’ anarchico Sante Caserio, più di cento anni dopo la sua morte. Bellissimo no? Anche su Mameli, visti i dibattiti che riempiono i giornali in questi giorni, avrei qualcosa da dire. Mameli ha scritto l’inno italiano, è vero, ma ha anche scritto quello della Roma repubblicana. Andatelo a leggere, quello sì che andrebbe insegnato nelle scuole». Cantare come rilancio di idealità, di storia e cultura dunque, ma non solo.

«Vorrei che a questo corso arrivassero tanti ragazzi, dalle mille provenienze, e i “vecchi rottami livornesi” – dice ridacchiando – Raccogliere così attorno a un’idea antagonista tutte le diverse sfaccettature della società livornese di oggi. Annullare le diversità, fare vera integrazione cantando e divertendosi insieme. La società ne ha bisogno, c’è troppa paura e ignoranza e troppe storie rischiano di cadere nel dimenticatoio. Nessuno lo merita, Livorno non lo merita».

E alla sua Livorno, ai livornesi Pardo vuole dare un consiglio per il futuro. Un consiglio che non canta, ma che arriva comunque forte e chiaro alle orecchie: «Non fidatevi più delle vecchia bandiere, ma tessetene di nuove».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web