Il Tirreno

Livorno

«Il falso pasticcino è pericoloso» Scattano i sequestri

di Federico Lazzotti
«Il falso pasticcino è pericoloso» Scattano i sequestri

La Finanza ha tolto dal mercato un centinaio di oggetti in resina e plastica: possono essere scambiati per veri

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LIVORNO. Un sequestro all'apparenza dolce ma, in realtà, molto amaro quello effettuato nei giorni scorsi dalla Finanza.

Gli uomini delle fiamme gialle, infatti, su disposizione della Procura di Asti, hanno fatto visita a due commercianti, uno a Livorno, l’altro a Piombino che in negozio avevano centinaia di falsi pasticcini in resina e plastica.

Una riproduzione talmente fedele rispetto al prodotto alimentare da poter essere scambiato per vero e ingerito, in particolare dai bambini.

È per questo che la Procura di Livorno, attraverso il pubblico ministero Antonella Tenerani, ha aperto un fascicolo e disposto degli accertamenti. L’obiettivo è quello di verificare se i falsi pasticcini venivano commercializzati dai proprietari, e allora ci sarebbe il reato, o se invece venissero usati per decorazione, e allora tutto si risolverebbe a tarallucci e vino.

Ad aprire l’inchiesta madre, nel mese di agosto, è stata la procura piemontese. Il Nucleo Mobile della Compagnia di Asti ha sequestrato 500 oggetti in resina di plastica, che riproducevano fedelmente diversi tipi di pasticcini simili a quelli normalmente venduti nei negozi, introdotti sul mercato italiano da una ditta astigiana che opera nel settore del commercio all'ingrosso di giochi e giocattoli.

I prodotti, non commestibili e destinati ad essere utilizzati come decorazioni, hanno però forma, aspetto, dimensioni ed imballaggio tali che i consumatori, soprattutto bambini, possono facilmente confonderli con i veri dolcetti e portarli alla bocca, succhiarli o ingerirli, con il rischio di rimanere soffocati o intossicati.

La rappresentante legale dell'azienda, che ha punti vendita sull'intero territorio nazionale, è stata denunciata. E adesso rischia l'arresto sino a sei mesi oppure il pagamento di un’ammenda superiore a 1.000 euro. È controllando le fatture della ditta e la destinazione dei prodotti che l’indagine è arrivata ai due punti vendita livornesi. Per i proprietari, se fosse dimostrato che i finti bignè venivano venduti potrebbe scattare la denuncia.

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