Sicurezza
«È un signore feudale» Scintille tra pm e imputato
Il procuratore durante l’udienza: «Io la rispetto, smetta di ridere ad alta voce» L’imprenditore manda un bacio alla figlia ed esce scortato ma sorridente
LIVORNO. «Giuseppe Doveri è un signore feudale che viveva come se fossimo ancora nel Medioevo recitando un potere assoluto sui propri collaboratori».
È questo il ritratto dell’imprenditore che il pubblico ministero Luca Masini consegna ai giudici dopo un’ora passata ad elencare prove, legami, testimonianze, circostanze e aneddoti raccolti durante l’indagine. «In aula non ci vedeva così tanta gente dai tempi del processo al Biondino», dice un avvocato guardando la pletora di avvocati, amici e curiosi che fanno da testimoni all’apertura del dibattimento.
A pochi centimetri di distanza “Beppe”, come lo chiamano gli amici, scuote la testa ascoltando la sua vita raccontata come se si trattasse di un romanzo criminale. Per l’esordio in aula ha deciso di legarsi i capelli bianchi in una coda e indossare un completo nero, abbinato alla montatura degli occhiali.
A dividerlo dal suo accusatore c’è soltanto uno dei suoi legali, l’avvocato Massimo Girardi. Doveri appoggia la fronte sul tavolo come se non volesse sentire, si guarda intorno, saluta qualche faccia amica, manda un bacio alla donna seduta dietro di lui. «È la mia figliola», cerca di spiegare alle due guardie carcerarie che lo guardano storto.
Ma quando il pubblico ministero accenna ai legami tra due società riconducibili all’imputato, la Turmar e la Eldorado, Doveri si mette a ridere di gusto. «Io – risponde Masini infastidito e fissandolo per la prima volta – la rispetto, ecco perché le chiedo di evitare di ridere così rumorosamente, se lo vuole fare lo faccia in modo più silenzioso». Sono solo le prime scintille.
Dalla ricostruzione che il pubblico ministero fa delle indagini sembra di stare dentro un thriller, tra soldi che spariscono, armi nascoste sotto al letto, matrimoni combinati e amicizie compromettenti al di là dell’Oceano. L’esempio arriva quando l’accusa racconta dell’auto comprata alla compagna. «Doveri – spiega il pm – ha intestato alla compagna una Mercedes da 180mila euro comprata con soldi portati via dal campeggio e per la quale serve una cisterna di benzina al seguito per farla camminare».
Un altro affondo si consuma quando Masini tocca il capitolo che riguarda la residenza in piazza Attias dove l’imputato è tutt’ora agli arresti domiciliari. «Doveri abita al sesto piano, al quarto c’è la sede legale della Turmar e al settimo abita un suo socio sotto il cui letto abbiamo ritrovato un fucile a pompa intestato all’imputato. Ecco perché – conclude – non credo che la scarcerazione si stata una buona idea».
Per dare l’ultima sfumatura alla personalità dell’imputato il pm va sul personale. «Ha fatto sposare la sua attuale compagna ad un suo dipendente per farle ottenere la cittadinanza». La difesa si oppone e chiede un rinvio per analizzare tutta la produzione dell’accusa. «Vanno bene tutte le date», risponde il pm per sottolineare alla Colrte quanto tenga a questo procedimento. La sagoma di “Beppe” Doveri, invece, sfila tra i passeggi segreti del palazzo di giustizia e riemerge all’esterno, sul sedile posteriore dell’auto della polizia giudiziaria con il pollice alzato e un altro sorriso. L’ultimo del suo primo giorno da imputato.
fedelazzotti
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