La protesta
«Sul capoluogo non mollo ma occhio a super-Firenze»
Assurdo che salti fuori una norma “ad Pisam” come eccezione al criterio-guida Il sindaco però non fa barricate: meglio cooperare per non essere schiacciati
LIVORNO. «Smettiamola con questo giochino delle gomitate per chiedere di essere noi il capoluogo. Livorno non ha proprio niente da sbracciarsi e strillare per un semplice motivo: ovunque nel resto d'Italia vale il criterio della città più popolosa per individuare il capoluogo. Salvo questa aggiunta in extremis che permette casomai di trovare un accordo extra. Io non mi schiodo da qui: devono dimostrarci perché Livorno non è in grado di fare il capoluogo, e qualcuno deve assumersene la responsabilità». Il sindaco Alessandro Cosimi non ci si vede nei panni del Paladino Orlando che sguaina la durlindana contro i Pisani: anche perché teme che, sulle macerie della guerra per il capoluogo che sola sembra impegnare le migliori menti della nostra generazione, non possa crescere altro che un aggravamento degli squilibri a vantaggio di una Toscana sempre più firenze-centrica.
Bisogna dire che formalmente la casistica extra non vale solo per la nuova maxi-provincia di Livorno, Pisa, Lucca e Massa: ma, guardando agli altri grappoli di ex province riaccorpate, forse solo il caso di Varese-Como-Lecco è vagamente paragonabile al caso toscano. Eppure non sarà un caso se lo scontro fra i campanili toscani - e principalmente l'antagonismo fra livornesi e pisani - è talmente forte da rappresentare la chiave con cui l'operazione Province firmata dal premier Monti viene presentata agli occhi del mondo da quotidiani come il “Guardian” o il “Sydney Morning Herald”. Come dire: l'escamotage per dribblare la norma-tipo è un comma “ad Pisam”, un po' come Berlusconi ci aveva abituati ai provvedimenti “ad personam” per sé: si sa, Pisa può contare sul numero due nazionale del Pd (Enrico Letta), il governatore della Toscana (Enrico Rossi) e un dalemiano ultradoc (Paolo Fontanelli)…
E intanto il consiglio comunale di Livorno sembra aver paura di disturbare il manovratore, il Pd livornese figu- riamoci…
«Mi sembra che invece in consiglio vi siano stati interventi molto netti. Il limite? Forse non avere usato toni da barricate. Ma con parole chiare: anche di fronte ad affermazioni catalogabili più come gossip che come realtà».
Nel decreto la deroga dal criterio prevalente può essere presa «anche a maggioranza». Ma a maggioranza di cosa? C'è da chiedersi se i voti si contino (ogni sindaco vale uno) o si “pesino” (ogni città vale per quanti abitanti ha, come se fossero azioni o quote condominiali)…
«Credo di poter dire che se la scelta avverrà fra giugno e dicembre 2013 vale il voto dei sindaci delle città capoluogo e ognuno vale uno. Se è una decisione successiva, lo si farà negli organismi di secondo livello con l'approvazione del nuovo statuto: e allora è lì che bisognerà trovare la maggioranza».
Per adesso si sta appesi a una mezza riga di decreto.
«Tutto questo non può essere lasciato a interpretazioni che si rincorrono. Dev'essere precisato o nella conversione del decreto o con una norma a sé».
Il senatore Filippi dice che il governo va come uno schiacciasassi sulla spending review, poi sulla scelta del capoluogo scarica sui territori i motivi di conflitto facendo dello scontro fra città il parafulmine dei guai…
«Il Tirreno pubblica un intervento di Alfonso Maurizio Iacono che, lucidamente come al solito, invita a uscire da questa grancassa del campanilismo obbligato per provare a costruire modalità nuove di cooperazione di interessi e rappresentanza».
Belle parole ma sul ring…
«Non si può davvero ascrivere alla città di Livorno la frenesia di mettersi a dare gli spintoni: sono stati usati toni chiari ma con posizioni dialoganti e senza farsi prendere da forme scomposte di lobbying».
Lobbying? Si riferisce a chi: Rossi? Letta?
«Basta con questo stile rissaiolo in cui l'uno dà le sberle all'altro. Mi riferisco a quel che abbiamo visto in questi mesi, comprese dichiarazioni improvvide che oggi ci lasciano l'amaro in bocca. È un po' strano sentirsi richiamare a superare i municipalismi dopo che per mesi siamo stati accusati di non alzare le barricate della contrapposizione».
Ma quanto pesa il fatto che a Pisa in primavera si vota per eleggere il sindaco?
«Non lo chieda al sindaco di Livorno. Io guardo con rispetto alla vita istituzionale delle altre città. Sta di fatto che, torno a ripeterlo, nessuno ci ha ancora spiegato perché c'è un criterio che vale dappertutto e qui no».
C'è però chi, come i dipietristi, dice che è tutta colpa del Pd che ha "svenduto" il ruolo della città per obbedienza a logiche di partito.
«Con tutto il rispetto, mi sembra singolare che l'interpretazione autentica di quel che vuol fare il Pd la dia il segretario di un altro partito, oltretutto per niente coinvolto nella questione. Semmai mi piacerebbe sapere cosa pensano loro, non cosa pensano che gli altri pensino. Di più: se pensano che perdere il capoluogo possa essere ascritto al sindaco o a un partito, e se pensa di potersene chiamare fuori».
Però neanche il Pd può chiamarsene fuori…
«Credo che le posizioni siano state espresse in precedenza in modo chiaro, e l'appoggio all'azione istituzionale non è mancato. Peraltro, è una situazione in cui nessuno può starsene acquattato: la battaglia politica o si fa o non si fa».
Ma se guardiamo più in là dell'ombelico-capoluogo, salta fuori che si disegna una "provinciona" che sulla costa è il contraltare della città metropolitana con Firenze che mangia Prato e Pistoia…
«Detto come fa lei, sembra quasi che siano due colossi alla pari. Non è così perché le competenze sono ben distinte e hanno pesi del tutto differenti. È da un anno che l'Unione europea lavora con il governo italiano per definire dieci città metropolitane: riguarda le politiche di coesione e i fondi europei relativi. Da un lato, un polo territoriale fortissimo che avrà un canale diretto con Roma e Bruxelles, dall'altro un assetto provinciale tutto da definire».
Dunque, spunta un problema ancor più "problema" di quella patata bollente che è il capoluogo…
«C'è il rischio di ritrovarsi con una Toscana a due velocità, altro che l'idea di una regione come "città diffusa" da oltre 3 milioni di abitanti. È lì nella super-Firenze che si concentra il 60% del Pil toscano».
Ma a un sindaco si chiede anche di agitare la sciarpa sulle barricate…
«Prima che sciarpa e barricate, serve l'intelligenza di uno "sguardo lungo". Così come dico che Livorno esige rispetto sulla questione del capoluogo, con altrettanta forza ripeto che non si può immaginare di costruire il futuro della Toscana costiera se non nella collaborazione: o cooperiamo o non reggeremo la competizione internazionale».
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