Gioco
Gli assessori in coro «Non siamo noi la casta da abbattere»
Palazzo Granducale mugugna: gli sprechi sono altrove Nocchi: stiamo discutendo se dimetterci subito per protesta
LIVORNO. «Pensavo di poter dare una mano al Paese lavorando su delibere e provvedimenti, invece sembra che noi assessori provinciali contribuiremo a salvarlo solo sparendo dalla circolazione». Nicola Nista, alle spalle tre anni a Palazzo Granducale e dieci da sindaco di Collesalvetti (con un consenso “bulgaro” che ne fece uno dei più votati d’Italia), tornerà a fare il tecnico di radiologia all’ospedale di Cisanello: «L’Area Vasta? Sono io», ironizza lui che abita nella zona di Colle (Guasticce), fa politica a Livorno e lavora a Pisa.
Tutto questo bailamme istituzionale e poi una fetta del risparmio sulle buste paga degli assessori cancellati se ne andrà per pagare l’aumento dello stipendio del rettore dell’università di Pisa e della nomenklatura delle Asl...
L’assessore all’ambiente non nega che potrà esserci «bisogno di un po’ di riadattamento» a tornare al lavoro dopo 13 anni da amministratore: ma nel frattempo ha cercato di tenersi al passo «conseguendo la laurea breve» in questo stesso settore. L’ha fatto – tiene ad aggiungere – perché anche negli anni dell’attività politica più intensa «volevo mantenere l’idea di tornare al mio lavoro: era un modo per sentirmi libero».
«Ma finire così no: avevo deciso di chiudere la mia carriera politica nel 2014, questo modo però lascia amarezza». Parole di Catalina Schezzini, che nella squadra di Palazzo Granducale si è occupata finora di lavori pubblici («ora tornerò a fare l’impiegata in una impresa fiorentina») e ricorda di aver avuto «la soddisfazione di fare il sindaco nel mio paese, Rio Elba, e ora di essere nel governo provinciale». Se se la prende con «lo sfregio a organi costituzionali e pezzi della nostra democrazia eliminati in 60 giorni» è anche perché «si lasciano in piedi consorzi e sottoconsorzi che sono la vera fabbrica di strapuntini e prebende». E aggiunge: «Mi chiedo se non sia semplicemente, da un lato, la ricerca di un capro espiatorio e, dall’altro, lo stravolgimento del disegno territoriale in cui si articola un po’ tutto: questure, scuola, Coni, ordini professionali, organizzazioni di categoria, amministrazione periferica dello Stato e via dicendo».
Il nostro Paese può permetterci più di 100 province? Probabilmente no, dice Ringo Anselmi, assessore piombinese: «Ma l’interrogativo vale anche per mille parlamentari, venti Regioni, 8mila Comuni». Dunque, le riforme istituzionali sono «indispensabili» ma guai se non si prende esempio dalla Germania che si è data «tre anni di tempo per metterle a regime». Anselmi nega che sia in ballo una questione personale («sono in pensione da alcuni mesi, ero alla Lucchini»): ma qui si è combinato un pasticcio che «ha dato il via a mille localismi e non ha neanche immaginato cosa accadrà a tutto il personale della geografia di enti pubblici finora dimensionata su base provinciale».
«Dispiace che sia finita così, anche perché la giunta era un gruppo coeso, facevamo squadra», segnala l’assessore Monica Mannucci: «Se poni il problema politico di quanto sia inadeguata questa riforma sembra che tu voglia difendere la tua poltrona. Non è così: in fondo, un lavoro ce l’ho, tornerò alle Poste. Certo che 60 giorni per farci cambiare vita sono un po’ pochini».
Laura Marconcini, assessore alle finanze, lascerà Palazzo Granducale per riprendere a fare la contabile negli uffici Coop di Riotorto: «Ben venga la razionalizzazione delle province ma così è un autogol. Anche la nuova geografia della Toscana non è che l’ennesimo rafforzamento del firenze-centrismo».
Piero Nocchi dice che tornerà in Cgil: «Ho il distacco da quando sono stato eletto in Provincia, e se è possibile andrò in pensione». Non ci sta a finire nel calderone della casta («in Provincia non ci sono vitalizi») e non ha una gran voglia di restare in politica («non mi sembra che in questo momento ci siano condizioni entusiasmanti»): anzi, avverte che «con il presidente Kutufà stiamo discutendo se è il caso di rimettere subito il mandato in forma di protesta».
Al momento di lasciare Palazzo Granducale tornerà a fare il prof all’Iti di Rosignano: «Ma l’azzeramento delle giunte – sottolinea – non potrà non avere contraccolpi negativi sui cittadini: lasciare solo il presidente come commissario a gestire l’ordinaria amministrazione vuol dire far crollare un intero sistema. Vuol dire tornare indietro, con un risparmio ridottissimo e un enorme problema organizzativo. Anche per la macchina lavorativa, perché queste 4 macroaree in Toscana metteranno insieme qualcosa come 1700 dipendenti e 100 dirigenti».
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