Gioco
Falce, martello e una sfilza di gaffe
Scherzi, figuracce, battute: il volto insospettabile del Pci raccontato con ironia da Susini
LIVORNO. Non gli era piaciuto granché che il cronista raccontasse sul giornale della città – era il ’99 – i suoi scherzi da spiritaccio livornese ai colleghi parlamentari. Come quella volta che “infilzò” il ministro Visco dicendogli che doveva consegnargli il dono di una azienda agricola di Ferrara: un tacchino vivo. Come quando riuscì a spedire un altro deputato a un (inesistente) convegno in Calabria.
Lui è Marco Susini, classe 1955, deputato per dieci anni dal ’96, poi presidente dell’interporto. Ora ha preso quella verve scherzosa per mettere nero su bianco un libro che racconta dal “di dentro” la vita del Pci (poi Pds, Ds e infine Pd) infilando una serie di aneddoti. Nessuna velleità di tracciare chissà quale bilancio politico ma un tuffo nel “popolo rosso”, così come aveva fatto con “Militanti”. Stavolta però l’attenzione è nel segno dell’ironia: soprattutto di fronte al mito dell’organizzazione granitica del Partito, che gli stessi avversari vedevano come una invincibile armata.
Ecco una serie di episodi tratti da “Cari compagni”, il libro che Susini ha stampato con le Edizioni del Boccale.
Ride il telefono. «Bello, chi vòi?»: la nomenklatura di Botteghe Oscure non aveva bisogno di farsi dire che all’altro capo della cornetta c’era la federazione di Livorno. Susini sottolinea il modo ironico con cui Claudione Raffaelli, infermiere al sesto, ha interpretato il ruolo con uno stile fra Beppe Orlandi e Pacitto. Due episodi su tutti. Il primo è la scusa con cui il centralinista cerca di giustificare «a un austero imprenditore piemontese» il fatto che Susini non era ancora arrivato: «È presto, non è ancora venuto: ieri sera deve avé fatto tardi. Sai, la notte va a fa' pollai». Il secondo riguarda una presidente di circoscrizione che gli si presenta davanti una mattina: lui le chiede «quando ha avuto l'incidente», lei ribatte sconcertata di non averne mai avuti. È un assist per una battutina al vetriolo: «Allora sei nata proprio 'osì…».
Alla guida dell'Udi. Susini passa in rassegna le curiosità negli organigrammi: «Nessun titanico sforzo di fantasia potrà mai ugugagliare quanto fatto dalla sezione di Vicarello dove, negli anni '50, un uomo, il compagno Gabrielli, fu nominato presidente dell'Udi», l'organizzazione femminile.
Acqua santa sul partito. Vinicio Chiocchi, «bandiera del partito a Shangai», presidiava la sezione tutti i santi giorni. Gli si presenta un giovane di origine africana: lì per lì lui non comprende che quello è il prete appena arrivato a prendere il posto di don Biondi e il sacerdote non sa che quella è una sede di partito e accenna a fare la benedizione pasquale. Chiocchi lo scambia per un venditore ambulante «e gli intimò l'alt: "No, grazie, non si compra niente"». Gaffe rimediata in extremis poi da Stefano Porri.
«Sarò breve…». Susini elenca le qualità di Roberto Brilli («infaticabile produttore e dispensatore di documenti», «rigorosa capacità di analisi», ecc.). Manca però il dono della sintesi e la lunghezza dei suoi interventi è proverbiale. Quella volta in sezione al Gabbro, dopo aver aperto la discussione con «un'introduzione di un'oretta buona», al momento di tirare le fila del dibattito non trova la via di arrivare in fondo. «Mi avvio alle conclusioni» ripete per tre o quattro volte. Finché dal fondo della sala si alza un militante: «E io mi avvio a letto».
Occhio, Fbi indaga. Che bella idea, quella di cercare di replicare negli Stati Uniti il successo che la mostra degli ex voto della Madonna di Montenero aveva avuto qui da noi: l'aveva promossa l'assessore provinciale Giancarlo Sacripanti. Ma che terremoto il giorno che il professore si vede recapitare il telegramma firmato Fbi che gli annuncia che la preziosa mostra «era stata trafugata da un commando di malviventi» e i reperti erano spariti nel deserto californiano. Fortuna che era tutto uno scherzo: gliel'avevano fatto i suoi colleghi Guantini e Bufalini, anch'essi assessori a Palazzo Granducale, anch'essi Pci. Sacripanti si mise a ridere, il presidente della Provincia Fabio Baldassarri no.
Telefoni rossi. Il telefono della federazione Pci era bollente: c'erano state le elezioni ed era in corso lo spoglio dei voti, gli scrutatori telefonavano direttamente dai seggi per dar modo al "ministero dell'interno" del partito di annunciare risultati attendibili prima del Viminale. La centralinista Iolanda – rievoca Susini – si assenta un attimo e al suo posto si siede Costantino Lapi, allora addetto stampa della federazione che ha un «inconfondibile accento di siciliano delle Madonie». Sergio Manetti che gli intima (scherzando) di lasciare subito il telefono: «Un t'azzarda a risponde' sennò pensano che la questura abbia occupato la federazione».
Scambiato per Tuti. «La vigilanza nel Pci era una cosa seria», dice Susini («e la sezione dei portuali forniva sempre un supporto notevole»). L'episodio è un tuffo all'indietro negli anni del terrorismo nero: le "antenne" del partitone hanno captato che all'albergo Quattro Mori potrebbe essere nascosto il neofascista Mario Tuti. È Luciano Ughi che ha raccolto la segnalazione ed è lui a guidare «un drappello di coraggiosi» che circonda l'hotel. Solo che non c'è nessun terrorista: era Etrusco Bargelli, per colpa degli occhiali e di «una vaga somiglianza nella corporatura» l'avevano scambiato per Tuti.
Rocco e la sua gaffe. Rocco Pompeo era appena uscito dal Psi (per dar vita alla Lega dei Socialisti) ma il suo nome non era ancora entrato nelle abitudini dei militanti Pci. A un comizio a Collesalvetti il segretario della sezione, confondendolo con il mitico allenatore milanista (Berlusconi non aveva ancora comprato la società rossonera), annuncia che «prenderà la parola il compagno Nereo Rocco».
Calzetta rossa la trionferà. La storia della federazione livornese è anche nell'attività minuta di militanti di base come Clara Munno che, «dal dopoguerra fino alla sua comparsa pochi anni fa», si è occupata delle pulizie. «La sera tardi – racconta Susini – faceva il bucato e stendeva la sua biancheria nell'atrio della sede ritirandola di buon mattino«. Talvolta capitava però che si dimenticasse qualche capo, che «rimaneva così steso in bella vista tra bandiere e manifesti».
Il portiere in federazione. All'ordine del giorno i guai della sanità, nel quartier generale di via Donnini c'è una folla di primari, dipendenti dell'ospedale, esponenti di partito. Il coordinatore della federazione a quel tempo è Luciano Francalacci: una mano perfida gli sfila la lista degli interventi e lui, digiuno di stadio e pallone, non si insospettisce quando dà la parola al «compagno Boccafogli». Gli hanno sostituito il foglio e nell'elenco hanno inserito il nome dell'allora portiere del Livorno calcio.
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