Il Tirreno

Livorno

Il primo mezzo secolo della nuova sinagoga

di Mauro Zucchelli
Il primo mezzo secolo della nuova sinagoga

Dentro i muri in cemento armato la leggerezza delle “decorazioni” di luce Per quasi 20 anni costretta in “esilio” la comunità stremata dalle deportazioni

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LIVORNO. Raccontano che l'identikit della sinagoga sia quello d'una tenda-tabernacolo che custodisce l'Arca dell'Alleanza, cuore del rapporto del popolo ebraico con Dio nel faticoso cammino di uomini e donne: ma dall'esterno sembra difficile vedere come qualcosa di leggero questo grande fabbricato di cemento armato, alto quanto il duomo, a troneggiare su una piazza Benamozegh che sembra un vuoto più che uno spazio. La leggerezza semmai bisogna coglierla dall'interno: nella luce che, a seconda dell'ora e di quant'è alto il sole, ricama figure impalpabili attraverso una sventagliata di piccoli squarci triangolari che traforano il muro alle spalle dell'Arca o, forse ancor di più, nel rosso vivissimo delle finestre con cui si vuol ricordare quell'apocalisse di sangue che è stata la Shoah.

Domani la comunità ebraica livornese ricorda il 50° anniversario della ricostruzione della sinagoga per mano dell'architetto romano Angelo Di Castro. In realtà, l'inaugurazione solenne è avvenuta il 23 settembre 1962, in cui secondo il calendario israelitico cadeva il giorno 24 del mese di Elul dell'anno ebraico 5722, ma il sovrapporsi di una serie di ricorrenze religiose ha consigliato di spostare in avanti di un mese i festeggiamenti.

Con gli occhi di chi guarda da fuori, si riesce solo a intuire appena quale abisso di vuoto abbia colmato la costruzione della nuova sinagoga. Il tempio non è solo il luogo della preghiera, una sorta di recinto del sacro: nella cultura ebraica in generale (e, nello specifico, nella concretezza storica della tradizione livornese) è la "casa" della comunità, lo spazio in cui vive, prega, parla. In una parola: riconosce sé stessa nel proprio essere insieme. Dev'essere forse per questo motivo che salta spesso fuori un esempio di quest'atteggiamento: l'esuberanza infantile del bambino che gioca – spiega Guido Servi, responsabile cultura e culto della Comunità ebraica labronica – non viene vista come un elemento di disturbo bensì come una manifestazione di vita che porta il sorriso della gioia e della spontaneità.

La sinagoga è stata centrata da un ordigno piovuto giù dal cielo il 28 maggio 1943: proprio il giorno del più grande bombardamento che abbia subito la nostra città. Chissà se è solo per un capriccio del destino che anche nel segno della devastazione si scova questo legame a doppio filo fra il destino di Livorno e quello della sua Comunità ebraica. A pensarci bene, era stato così fin dal principio, quattro secoli fa: a parte un po' di eretici e qualche galeotto con conti aperti con la giustizia, era proprio agli ebrei mediterranei, soprattutto spagnoli, che guardava il granduca Ferdinando con le "Livornine" per farci nascere come porto e come città. Del resto, nel periodo di massimo splendore della Comunità, si arrivò a contare un ebreo ogni otto abitanti di Livorno.

Non è solo una curiosità demografica: in tandem con la mancanza del ghetto (cosa che quasi non ha eguali), la dice lunga non solo su quanto abbiano contato gli ebrei nella storia della città ma anche, ribaltando gli addendi, quanto si sia sentita la cadenza livornese nella cultura ebraica. Le riprove sono millanta: ma, parlando della costruzione della nuova sinagoga, ecco le raccolte di fondi promosse a New York come fra gli ebrei portoghesi, in Palestina o anche dal Congresso mondiale ebraico di Buenos Aires. Lo ricorda Liana Elda Funaro nel libro di cui parliamo a fianco. È stata la risposta all’appello del rabbino Toaff si rivolge al mondo.

Dopo un lungo dibattito, prevalse l’idea di costruire qualcosa di nuovo anziché rimettere in piedi il vecchio edificio. ricostruire daccapo il vecchio edificio. Inutile dire che non mancarono le polemiche. Anche perché la sinagoga, come confermano fonti della Comunità, non era stata completamente distrutta dalla guerra: una bomba ne aveva devastato l’interno ma era rimasta inesplosa. A creare problemi statici era il crollo dell’edificio adiacente. Ma è soprattutto il lungo impasse post-bellico a lasciare al degrado (e forse al saccheggio) la vecchia sinagoga.

A ciò si aggiunga che era difficile non essere ammirati dal vecchio tempio: era considerata una delle più belle d’Europa, man mano che aumentava la comunità era cresciuta allargando gli spazi e la ricchezza del proprio apparato decorativo-simbolico.

È anche per questo che i quasi vent’anni in cui il tempio è stato provvisoriamente ospitato nell’ex scuola di via Micali (ora museo) sono stati vissuti come un esilio. Raddoppiando il dolore in una comunità già falcidiata dallo sterminio nei lager nazisti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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