Il Tirreno

Livorno

Lutto nel mondo dell’arte si è spento Franco Baroni

di Mauro Zucchelli

Il segno forte sulle tele di un artista che non amava mettersi in mostra Aveva 83 anni, ieri al cimitero di Ardenza l’ultimo abbraccio di amici e familiari

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LIVORNO. Tanto erano decisi e forti i segni sulle sue tele quanto leggero nell'ironia e lontano da qualsiasi grancassa era il suo carattere di uomo gentile, che non amava i toni gridati. Si potrebbe forse riassumere così l'identikit di Franco Baroni per chi ha avuto la fortuna di averlo avuto a fianco nel lavoro per lungo tempo, qui al Tirreno, dove dalla fine degli anni ’60 era stato correttore di bozze.

A 83 anni se n'è andato in punta di piedi perché, probabilmente, se nelle sue opere non disdegnava di far sussultare le nostre coscienze intorpidite e addormentate, nella vita quotidiana detestava disturbare, bussare, chiedere, mettersi in mostra. Ieri gli amici e i parenti gli hanno dato l'ultimo abbraccio nel cimitero di Ardenza, dov'è stato sepolto.

Basti pensare all'amicizia con i campioni dell'astrattismo che ruotavano attorno alla galassia Giraldi come Marchegiani e Nigro. Ma con la ritrosia di chi si rifiuta di salire sulle spalle degli amici o anche solo di sgomitare un po’ pur di conquistare una ribalta, un palcoscenico, un posto al sole. A tal riguardo, si potrebbe ricordare il periodo di silenzio in cui Baroni si ritrae dal proscenio e dipinge per sé, senza puntare a far mostre, se non nella seconda metà degli anni ’80. Eppure le esposizioni importanti non sono mancate nel suo curriculum. Eppure – nonostante la scelta controcorrente di restare in provincia, la voglia di girare al largo della popolarità mettendosi nella scia post-postmacchiaiola, l'intenzione di non farsi catturare dagli "ismi" – ecco che l'occhio critico di Carlo Pepi lo aveva messo sia nelle sue collezioni (una trentina di opere) sia nei testi dedicati alle "avanguardie livornesi". Con un percorso che, partendo da suggestioni neoespressioniste, si sviluppa in contrappunto con quanto, lontano da qui, matura lungo la seconda metà del Novecento, a cominciare dal dibattito fra pittura concreta e pittura astratta.

Non è del tutto vero che la pittura e il lavoro fossero due mondi distanti per lui: non poche volte i caratteri di tipografia (o anche oggetti di scarto della lavorazione, lastre, fotocopie matrici di stampa o pezzi di parti meccaniche di rotativa) erano finiti nelle sue opere, ovviamente trasfigurati dall’intuizione dell’artista. È proprio nelle suggestioni della realtà che cercava il trampolino per inventare anche le visioni più astratte. Bastava saper andare a guardare più in là: al di là delle apparenze e del frastuono dell’oggi, come raccontava agli amici, magari al termine del turno di notte. Perché, come avrebbe detto lui prima di congedarsi a lavoro finito, la notte non è solo notte: c’è un “dentro” e c’è un “oltre”.

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