Lutto
Bizzarrini, il Giotto delle automobili
La storia del grande ingegnere livornese che lavorò insieme ad Enzo Ferrari: «Sono un ingegnere-collaudatore», diceva di sé
Giotto Bizzarrini, classe 1926, porta lo stesso nome e cognome del nonno che è stato il precettore personale di Guglielmo Marconi nel periodo in cui il giovanissimo genio-inventore vive a Livorno. Il nipote ha una intelligenza vivace che nel dopoguerra alla facoltà di ingegneria dell'università di Pisa gli vale prima la laurea e poi i primi incarichi di docenza. La carriera in cattedra però non fa per lui e, nel giro di pochissimo tempo, lascia la certezza di conquistarsi un posto al sole fra gli accademici e si tuffa fra i motori Alfa Romeo.
Fa l'andirivieni fra la sua Quercianella e l'Alfa di Arese, roba da matti sulle strade di quel tempo. Ma è proprio questa "pazzia" da pioniere che fa scoccare la scintilla fra lui e Enzo Ferrari. Durante uno di questi viaggi a bordo della sua Topolino decide di passare davanti allo stabilimento Ferrari di Maranello, sul cancello c'è il "Drake" e all'ingegner Giotto non fa difetto un po' di sfrontatezza labronica. Si ferma e si mette a chiacchiera con quell'uomo che è già un mito, avendo conquistato con i suoi bolidi il titolo mondiale di Formula 1. E' Enzo Ferrari - racconterà Bizzarrini tanti anni più tardi - a dirgli: "Caro Bizzarrini, a fare tutta questa strada con quel troiaio di macchina lei tanto intelligente non dev'essere ma di sicuro ha un coraggio che non la spaventa niente".
No, non lo spaventa proprio nulla. In una intervista al Tirreno, lui dice di sé stesso di ritenersi un ingegnere-collaudatore: meglio stare sul campo, meglio "sentire" il motore piuttosto che immaginarne le prestazioni. E' da lì che Bizzarrini tira fuori la grinta delle sue auto, anche se non è vero che sia solo un artigiano bravo a correggere in corso d'opera quel che sta facendo. Non sarebbe stato possibile lavorare così a vetture come le versioni della "250" (compreso la Gto) e della "Testa Rossa" (sia la 3 litri 12 cilindri sia la 500 Mondial 2 litri) . Nella prima metà degli anni '50 nella squadra dei super-ingegneri di Maranello era arrivato un altro livornese, Aurelio Lampredi, che poi se ne andrà alla Fiat.
Bizzarrini invece lascerà Enzo Ferrari per bussare alla porta del grande antagonista emiliano del Cavallino rampante: il "toro" firmato Lamborghini. Nel '64 entra in scena un altro animale fra le supercar made in Italy: è l'aquilotto di Bizzarrini. Il primo prodotto è la "5300 Gt Strada". Durerà cinque anni la storia di un marchio, ora in mano a una società lombarda, che è diventato oggetto di culto in tutto il mondo per gli appassionati di vetture sportive: al punto che, a distanza di oltre 40 anni dalla chiusura dell'azienda, il web tributa un omaggio a Bizzarrini con un gran numero di siti fan e oltre due milioni e mezzo di pagine su google.
Ma non è rimasto prigioniero delle nostalgie da amarcord. Adesso che gli ottant'anni li ha passati da un pezzo, le simulazioni le fa al computer ("però mi sono fatto i programmi da solo"). E senza guardare solo al passato: fra i primi a progettare una vettura sportiva ibrida con l'Università di Roma, Pininfarina e Cnr.
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