Gioco
«Vende scarpe taroccate sul web» Scagionata dalle suole sporche
La denuncia dell’ex marito nel 2005. A distanza di sette anni l’apertura del corpo del reato che ha fatto assolvere i due imputati
LIVORNO. Alessandra Orsini, 49 anni, deve ringraziare un frutto di fico rimasto attaccato sotto la suola di una vecchia scarpa, sette anni dopo il sequestro avvenuto nell’ottobre del 2005.
È stata questa la prova che ha convinto il giudice Marina Cirese ad assolvere lei e il suo nuovo compagno, Nicola Mastorci, 41 anni, dall’accusa di truffa in concorso e introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi.
A denunciare entrambi alla guardia di finanza era stato l’ex marito di lei che nel procedimento è stato considerato persona offesa. L’uomo si rivolse agli inquirenti sostenendo che la compagna vendeva su Internet scarpe Nike contraffatte. Erano gli albori di E-bay e controlli e tecniche informatiche erano senz’altro inferiori rispetto a quelle di oggi. Così quando i militari andarono a casa della donna ne trovarono e sequestrarono sei paia: le presero, misero tutto dentro ad un cartone e lo sigillarono portandolo nella stanza dei corpi di reato.
«Per anni – spiega l’avvocato Ugo Borivant che ha difeso entrambi gli imputati – il procedimento è rimasto nel dimenticatoio. Poi lo scorso anno è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero Filippo Maffeo».
Il legale e i suoi clienti hanno quindi deciso la strada del rito abbreviato che in ogni caso avrebbe garantito, anche in caso di condanna, uno sconto di un terzo sulla pena.
All’inizio di ottobre l’udienza. «Abbiamo voluto che fossero portati in aula anche i corpi del reato», prosegue il legale. Immaginate veder entrare in aula un contenitore con dentro scarpe che sono conservate da sette anni.
La tesi della difesa era semplice: si trattava di scarpe che venivano usate abitualmente dalla coppia e che non erano mai state messe in vendita su Internet.
Quando le calzature sono state messe sopra il bancone per essere analizzate la scoperta che ha cambiato il destino del processo. «Si trattava di scarpe usate – insiste il legale – e dunque non destinate al mercato on line. Le suole erano consumate e in una c’era il residuo di un fico». Poco importa che fossero originali oppure tarocche visto che «l’uso personale della merce contraffatta non è reato». (f.l.)
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