Il Tirreno

Livorno

Decapitati i vertici di Coop Italia

di Giulio Corsi
Decapitati i vertici di Coop Italia

Il ministero anticipa il giudice e decreta la liquidazione coatta. Ora Mannelli e il cda rischiano i reati fallimentari

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LIVORNO. Il decreto del ministero dell’economia è datato 8 ottobre. Appena due giorni prima dell’udienza fissata per ieri mattina dal giudice Di Franco per decidere sul fallimento della Coop Italia. Due giorni di anticipo che saranno comunque decisivi (nel bene o nel male) per le sorti di questo crac clamoroso, che coinvolge 78 famiglie livornesi che hanno versato otto milioni di euro di acconti per case che non hanno mai visto, alcune banche locali che hanno da recuperare 14 milioni di euro di mutui erogati, e una lunga serie di fornitori, su tutti la Clc Costruzioni, che vantano tre milioni per lavori e materiali non pagati.

Anticipando l’udienza in tribunale, il decreto ministeriale ha tolto il verdetto sul fallimento dalle mani dell’autorità giudiziaria e ha affidato la questione ad un commissario sentenziando la liquidazione coatta amministrativa. Che cosa cambia rispetto al fallimento? Non molto, per i soci e per i fornitori. Ma la situazione si aggrava per i vertici della Coop Italia, su tutti per il presidente Mauro Mannelli. In realtà ex presidente, visto che con la liquidazione coatta cessano le funzioni delle assemblee e degli organi di amministrazione. Dunque viene decapitato interamente il cda formato oltreché da Mannelli, dal vicepresidente Paolo Ceccherini, da Salvatore Buscaino, da Pietro Bray e dal piombinese Luciano Topi, come avevano più volte negli ultimi anni auspicato i soci, che dal 2009, con lo stop uno di seguito all’altro di tutti i cantieri, avevano iniziato a contestare la gestione della Cooperativa, con esposti e denunce, che mai però erano riuscite a modificare gli equilibri di potere all’interno di Coop Italia né a scalfire la posizione di Mannelli che fino all’ultimo ha continuato a vendere case che non c’erano.

Ma non è la cessazione dalla carica a peggiorare la situazione di Mannelli e dei suoi consiglieri, mettendoli in un angolo del ring di questa partita che si prospetta comunque dolorosissima per molte famiglie. E’ soprattutto la possibilità che poteva esserci davanti ad un giudice, di procedere al concordato con i fornitori-creditori (e l’accordo era già delineato) che adesso è saltata spalancando così le porte a un’indagine della procura su eventuali reati fallimentari a carico di Mannelli, del resto del cda, del collegio sindacale.

Secondo l’avvocato Luigi Bondi, che tutela gli interessi di molti dei 78 soci, «la dichiarazione di insolvenza inserita nel decreto e la rilevazione di una serie di irregolarità emerse dalle indagini ministeriali potrebbero essere il presupposto per l’accertamento di reati fallimentari da parte della procura che potrebbero coinvolgere tutti coloro che hanno concorso a questa situazione. Cosa che non sarebbe potuta accadere qualora si fosse proceduto al concordato».

Il decreto del ministero nasce da un’istanza presentata a fine giugno da Confcooperative, che aveva precedentemente effettuato accertamenti sui conti di Coop Italia rilevandone lo stato di insolvenza.

Detto dei rischi penali che adesso si aprono per Mannelli, resta da capire cosa accadrà ai soci e ai creditori. La liquidazione coatta prevede che il commissario nominato - il pistoiese Pierluigi Giambene - formerà un elenco di creditori proprio come sarebbe accaduto in caso di fallimento decretato dal giudice. Dopo di che inizierà la liquidazione. Per quanto riguarda i soci invece «c’è la possibilità - spiega Bondi - proprio se si ipotizzeranno reati a carico dei vertici societari, che si costituiscano parte civile e possano concorrere ad essere risarcite nel patrimonio delle persone e della cooperativa».

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