Gioco
Altro che Tv, io il calcio lo vivo sempre sugli spalti
L’ex calciatore amaranto (e campione d’Italia) diventato un tifoso da record: con lo striscione del club “Il Porto” non si perde una trasferta, anche da solo
SANDRO LULLI. Lui c'è sempre, che il Livorno vinca o perda, che lotti per la salvezza o per la promozione; oppure sia imprigionato nell'anonimato del centroclassifica.
Lui c'è sempre, con sole o pioggia, con caldo o freddo. Spesso anche da solo, confinato in un "formaggino" di curva fatiscente che lo fa sembrare un recluso nell'ora d'aria, bersaglio facile per le tifoserie avversarie che deridono, fanno gesti e cori, ti mostrano il "dito" quando prendi il gol, ti offendono, soprattutto lanciano anatemi contro la tua città e non c'è cosa peggiore, quando si è a cinque-seicento chilometri da casa, di sentire ingiuriare il posto dove sei nato.
Corrado Nastasio però non cede, non arretra, piazza il fedele striscione del club "Il Porto" dove glielo consentono, come se si riparasse dietro un carroarmato e "protetto" da quel pezzo di stoffa amaranto incita, soffre, grida e sacramenta, porta avanti la sua battaglia come un giapponese che continua la guerra su un'isola sperduta del Pacifico.
«Le offese – dice – entrano da un orecchio ed escono dall'altro, io penso al Livorno, guardo come la squadra si dispone in campo, capisco se è in partita, se c'è la gamba, se c'è determinazione e se può giocarsela. E tutto questo non lo capisci stando in poltrona a casa davanti alla tv: finché potrò andrò avanti così, perché la partita voglio capirla e viverla e davanti a una scatola illuminata vedi meglio gli episodi, se c'era o meno il rigore, se la palla ha superato la linea o se prima che entri l'ha toccata tizio invece che caio, ma perdi tutto il resto, tutto ciò che conta e che spesso erroneamente passa in secondo piano, oscurato da un tiro, un gol, un rigore. Eh, no, il calcio è altro, è quello che si vede dagli spalti, con l'emotività del momento. I pericoli? No, guarda, anche da solo, o in due con Andrea Liut come forse saremo domenica prossima a Reggio Calabria; o in tre, sei o otto per la verità non ci è accaduto mai niente di grave. Anzi, se proprio devo essere sincero negli stadi ci guardano sì come rivali, però poi alla fine in definitiva ci rispettano...».
La giusta considerazione all'avversario coraggioso rientra nel codice che regola - o dovrebbe farlo - il mondo del tifo, nonostante sia sempre più soffocato negli impianti italiani, grandi o piccoli che siano, ridotti a carceri, ingrigiti e immalinconiti da reti metalliche e porte blindate, da filtra persone e tornelli.
«Sono nel calcio da oltre cinquant'anni – racconta – e cerco sempre di non guardare indietro, altrimenti mi cadono le braccia, perché è vero che prima questo era uno sport più pulito e più seguito, meno strangolato dagli interessi e dai soldi delle tv e posso ben dirlo perché il calcio l'ho vissuto dal dentro come calciatore professionista dagli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta, per poi passare dall'altra parte della barricata, cioè sugli spalti. Vorrei vedere un tifo meno avvelenato, questo sì, vorrei vedere meno violenza e più rispetto. Vorrei vedere che tutto il movimento si rimette in moto, che la gente torna allo stadio, che rinasce la vera e disinteressata partecipazione. Qui da noi capii che il giocattolo s'era rotto due anni fa quando andammo a giocare a Empoli e si lottava per i play off: da Livorno vennero solo 39 persone... Ora mi sembra che qualcosa si sia sbloccato ma tutto non deve legarsi a risultati ed euforia del momento».
Riflette, Corrado Nastasio: «In città c'erano 25 club amaranto, ora ne sopravvivono dieci in meno, ma in effetti sono solo tre o quattro quelli con attività piena e già questo è il termometro della situazione; sì, parliamo pure della crisi economica che è reale, però c'è qualcosa che va oltre e non può spiegarsi solo e soltanto con il difficile momento che stiamo attraversando».
Sbaglia di grosso se qualcuno pensa che Corrado Nastasio segua ovunque il Livorno perché non ha problemi economici ed è andato in pensione da poco, dopo 30 anni di lavoro con la Compagnia Portuali. Questo è un uomo segnato da un dramma familiare, che poi ha subito un gravissimo infortunio sul lavoro, ma che con la forza d'animo è riuscito sempre a rialzarsi, ad apprezzare la vita a guardare avanti con fiducia. Un uomo da prendere ad esempio e gliel'ho anche detto, mentre parlavamo nella piccola stanza piena di fotografie del Livorno che ospita la sede del club il Porto, alla presenza di Andrea Liut, un altro che per il Livorno lancia il cuore oltre l'ostacolo.
«Quando avevo dodici anni e lavoravo in nero come apprendista muratore – ricorda Corrado – spesso me la svignavo per andare a vedere il Livorno che s'allenava. Era il Livorno di Picchi, Lessi e Balleri, di Gratton, Capecchi e Gimona, allenato da Ugo Conti, che poi guarda un po' com'è la vita, mi fece acquistare dal Cagliari che vinse lo scudetto. La mia – spiega – è una passione che viene da lontano ancor prima che riuscissi a vestire la maglia amaranto per due stagioni e mi togliessi la soddisfazione di vincere due derby contro il Pisa per 2-0. Per me il calcio è stato tutto, mi ha dato tanto, e altrettanto all'improvviso ho perso tutto....».
Corrado si ferma, respira, il pensiero torna a quel maledetto incidente stradale. «Era il 30 luglio del 1977, ero venuto in vacanza a Livorno con la famiglia, lasciando Brindisi dove mi stavo togliendo belle soddisfazioni. Mi trovavo nella casa a Colline, il mio rione, quando suonano alla porta: “Corri, vieni giù, Alessandro ha avuto un incidente...”. Mio figlio aveva sette anni, andava in bici in via Tommasi e venne travolto da un'auto. In ospedale il professor Crudeli mi disse: "Speriamo che passi la nottata...”. Alessandro restò in coma per sei mesi. Io e mia moglie Carla non ci arrendemmo e iniziammo una via crucis che durò anni portandolo dai migliori specialisti di tutta Europa: Austria, Germania e Francia ma andammo per mesi anche in Cecoslovacchia. Sinché un giorno ci dissero: "Oltre non possiamo andare". E allora ci fermammo. Ale ora ha 42 anni, in città ci sono tante strutture che seguono ragazzi come lui. Io lasciai il calcio per stare dietro a mio figlio quando avevo 31 anni, cinque anni dopo entrai a lavorare nella Compagnia Portuali. Quando stavo ritrovando un po' di serenità, un'altra mazzata. Si rompe un carico, le mie gambe si spezzano sotto il peso di alcune tonnellate di tubi. Un anno d'ospedale, un trapianto osseo, placche e viti, ma in fondo anche se zoppico ce la faccio ancora a camminare».
Alcuni anni fa lo chiamarono dal club Il Porto: «Vorremmo intitolartelo...». «Per me – sottolinea Nastasio – è stata una gioia immensa. Da quel giorno ho capito che era giusto dedicarmi anima e corpo alla squadra che amo, superando problemi di ogni genere».
Anni radiosi e meno radiosi, poi dopo le retrocessioni e i cinque fallimenti la lenta risalita e la svolta quando arrivò Aldo Spinelli il 1 marzo del 1999. «Spesso mi chiedono quale sia la squadra alla quale mi sento più grato e legato e io dico quella che ci ha riportato in A dopo 55 anni di assenza; la squadra allenata da Mazzarri che aveva Protti e Lucarelli, ma anche Balleri e Doga, Chiellini, Vanigli, Melara e Ruotolo, o Danilevicius, eppoi Passoni e Saverino, Grauso e Cannarsa, Mareggini e Pavarini. La vittoria a Piacenza un capolavoro, ma il debutto a San Siro contro il Milan per me è in cima alla hit parade delle soddisfazioni, quella partita delle bandane avremmo meritato di vincerla se non avessero annullato la rete a Lucarelli, comunque quel 2-2 ci fece felici lo stesso». Bei tempi, ma si parla di appena otto anni fa. «Torneranno quei giorni, me lo sento. Ma va già bene così, basta tenere duro un altro paio di mesi e questi ragazzi la vetta non la mollano, proprio come fecero quelli di Mazzarri».
Lo striscione è pronto, biglietti Ryanair già bloccati. «A Reggio Calabria ci sarò. L'ultima volta eravamo in tre, adesso se a Andrea non danno le ferie sarò solo». Il "giapponese" torna nella macchia, si avvicina la battaglia dello Stretto.
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