Il Tirreno

Livorno

«Fai onco ai bai» L’offesa su Facebook costa 4mila euro

di Federico Lazzotti

Ex dipendente di un centro estetica condannata in abbreviato Era accusata di diffamazione a mezzo stampa

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LIVORNO. «Vi consiglio vivamente di non andare, per chi lo conosce, al Centro Esterea Beauty space perché fa onco ai bai, sono persone che non lavorano seriamente». Ancora: «Sono pezzi di m..., è quello che si meritano». E per finire, rivolta all’ex datore di lavoro: «Sei proprio un albanese di m...! E non sei nella posizione per giocare col fuoco, non fare in modo che perda la pazienza».

Le offese scritte sulla propria bacheca Facebook sono costate care a Rossella Malanima, 26 anni, per un breve periodo dipendente del centro estetico in via San Carlo. Il giudice Antonio Pirato l’ha infatti condannata, con rito abbreviata, a mille euro di multa, il pagamento delle spese processuali e tremila euro di risarcimento danni nei confronti di Proj Gjergji, 31 anni, che nel procedimento si era costituito parte civile assistito dall’avvocato Valerio Misiti.

L’accusa era quella di diffamazione a mezzo stampa aggravata dalle offese razziali, paragonando così la capacità di diffusione (e di danno all’immagine) di un social network a quella di un giornale. La sentenza che è arrivata è senza dubbio innovativa e potrebbe fare scuola.

Tutto è iniziato il 4 maggio 2011 all’indomani della fine del rapporto di lavoro tra la giovane e la società Estetika sas, proprietaria del centro estetico. Scrive il legale di parte civile nella memoria consegnata al giudice nella quale chiede un risarcimento di diecimila euro. «Prima la donna ha inviato una mail all’indirizzo Facebook del centro estetico contenente il seguente messaggio: “Bella mossa ragazzi. Davvero bella mossa! Mica perché voglio avere per forza la vostra amicizia, ma qui si vede tutto il ringraziamento. Ora si che cambieranno le cose».

Cinque giorni più tardi, siamo al 9 di maggio, sulla bacheca della giovane sono iniziate a comparire le scritte offensive dei confronti dell’ex datore di lavoro. Fino a quella a sfondo razziale «facendo riferimento – insiste il legale – in senso palesemente dispregiativo alle origini della parte offesa»

La settimana successiva alla pubblicazione on line dei messaggi è stato lo stesso Gjergji a presentarsi in Procura depositando una denuncia querela dalla quale ha preso il via l’indagine.

«La cosa più difficile in questi casi – spiega chi si occupa di reati informatici – è quello di collegare un’identità Facebook a quella reale». Evidentemente le prove in questo caso sono state univoche e abbastanza convincente da convincere l’indagata e il suo legale a scegliere il rito abbreviato che in ogni caso ha dato la possibilità alla ragazza di avere uno sconto di un terzo sulla pena prevista.

C’è attesa adesso per le motivazioni del giudice che saranno depositate tra un paio di mesi. Conclude il legale della parte civile. «Da quello che emerge dalla sentenza il giudice non ha riqualificato il reato ma ha confermato l’ipotesi d’accusa». Per spiegare il ragionamento del magistrato è necessario entrare nello specifico. «La diffamazione – spiega l’avvocato Misiti – ha tre commi. Se avesse deciso per il primo il fascicolo sarebbe arrivato direttamente sulla scrivania del giudice di pace. Se invece avesse optato per il secondo la pena comminata con l’abbreviato sarebbe di difficile spiegazione. Quasi certamente il giudice deve avere sposato la diffamazione a mezzo stampa che non a caso prevede una reclusione da sei mesi a tre anni oppure una multa non inferiore a 516 euro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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