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Livorno

Niente grazia per la Circe della Versilia. I figli si oppongono: "Ora lasciateci in pace"

di Claudio Vecoli
Niente grazia per la Circe della Versilia. I figli si oppongono: "Ora lasciateci in pace"

Interrogati dai carabinieri, si sono detti contrari al perdono per la madre, condannata all'ergastolo per l'omicidio (insieme all'amante) del marito Luciano Iacopi nell'estate 1989

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FORTE DEI MARMI. Nessuna grazia per la Circe della Versilia. Maria Luigia Redoli, settantadue anni, condannata all’ergastolo in via definitiva insieme all'ex carabiniere (e amante) Carlo Cappelletti per l'omicidio del marito Luciano Iacopi, non tornerà una donna libera. Almeno se sarà rispettata la volontà dei due figli. Tamara e Diego Iacopi hanno infatti formalmente ribadito il loro secco no alla richiesta di grazia avanzata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. I due figli – risultati totalmente estranei all'omicidio del padre e che nel frattempo si sono rifatti una vita fra Viareggio e la provincia di Arezzo – sono stati convocati dalla polizia per essere ascoltati in merito al provvedimento di clemenza avanzato dalla madre all'inquilino del Quirinale. Ed hanno dichiarato nero su bianco la propria netta contrarietà ad ogni forma di perdono. Mettendo probabilmente una pietra tombale sopra l'iter presidenziale. E sulle speranze della Redoli, che nel frattempo ha comunque ottenuto il regime di semilibertà e durante il giorno può uscire dal carcere milanese di Opera per recarsi al lavoro in una comunità di recupero.
 

LEGGI La lettera di Tamara e Diego


Un caso controverso. L'omicidio di Luciano Iacopi, sessantanove anni, chiacchierato imprenditore di Forte dei Marmi, scuote la monotonia della calda estate versiliese del 1989. Alle due del mattino del 17 luglio, il suo corpo senza vita viene ritrovato in un lago di sangue dalla moglie Maria Luigia Redoli, all'epoca cinquantenne, trafitto da diciassette coltellate. La donna è appena tornata dalla Bussola di Focette dove ha trascorso la serata in compagnia di Carlo Cappelletti, aitante carabiniere venticinquenne e suo amante, e dei figli Tamara e Diego, rispettivamente 18 e 14 anni. All'inizio gli inquirenti indagano su molte piste. Il 5 agosto, però, la clamorosa svolta: la Circe della Versilia e il giovane amante vengono infatti arrestati con l'accusa di omicidio volontario: lei sarebbe stata la mandante, lui l'esecutore materiale. Nel corso dell'inchiesta spuntano poi una serie di episodi (anche coloriti) che danno spessore alla tesi accusatoria: dalle storie di magia nera e fatture contro lo Iacopi fino alla ricerca di un killer che lo uccidesse in cambio di 30 milioni di lire. Ci sono però molti passaggi che non tornano. A cominciare dai tempi troppo stretti fra la cena consumata all'hotel Santo Domingo di Lido di Camaiore prima di uscire, l'arrivo alla Bussola di Focette, la partenza dalla discoteca per l'abitazione di Forte dei Marmi e l'orario a cui risalirebbe la morte di Luciano Iacopi. Insomma, il classico giallo in cui non sembrano esistere prove certe nei confronti degli indiziati.

Prima assolti poi all'ergastolo. Proprio facendo leva sugli orari, nel processo di primo grado di fronte alla Corte d'Assise la difesa riesce ad ottenere l'assoluzione dei due amanti per non aver commesso il fatto. Un verdetto sofferto, quello pronunciato a Lucca il 17 aprile 1990, che divide l'opinione pubblica (e la stampa nazionale che segue il caso passo dopo passo) in innocentisti e colpevolisti. Ma proprio in virtù della sentenza, Maria Luigia Redoli e Carlo Cappelletti tornano in libertà. Poco meno di un anno dopo a Firenze si celebra il processo di appello. Che si chiude con la condanna all'ergastolo per Maria Luigia Redoli e Carlo Cappelletti. La Circe della Versilia viene inoltre estromessa dall'eredità perché dichiarata “indegna”. Un verdetto ribadito nel settembre del 1991 dalla Corte di Cassazione che conferma l'ergastolo. Per i due amanti si aprono le porte del carcere. Mentre il loro rapporto si chiude bruscamente. E per sempre.

Un nuovo capitolo? Il caso torna d'attualità quest'estate, ventitré anni dopo l'omicidio. Quando in un libro-intervista di Mario Spezi, Maria Luigia Redoli rivela un dettaglio che sembra coinvolgere la figlia Tamara nella vicenda. Per la prima volta - e contrariamente a quanto dichiarato all'epoca al magistrato – la Circe della Versilia nega di essere stata lei a fare una famosa telefonata al cartomante viareggino Marco Porticati, che era stato pagato inutilmente per ingaggiare gli assassini del marito, al fine di recuperare i soldi: “Perché loro (i killer, ndr) non c'entrano”, si dice nella conversazione fra i due. Una telefonata considerata una delle prove più schiaccianti a suo carico. «Quella telefonata – racconta la Redoli nell'intervista a Spezi – non l'ho mai fatta. Quella era la voce di Tamara. Ho avuto tanto tempo per pensarci e ora sono certa che le cose andarono così: lei, mia figlia, e quell'altro (l'amante Carlo Cappelletti, ndr) se la intendevano». Ma dopo la pubblicazione del libro, tramite il suo avvocato, la Redoli smentisce di aver mai detto quelle parole. Mentre il giornalista conferma quanto scritto nel libro. Misteri e veleni tornano ad intrecciarsi. Tanto da spingere per la prima volta Tamara e Diego ad uscire dal silenzio e scrivere la lettera che pubblichiamo. Con la quale, a quasi un quarto di secolo di distanza, vogliono chiudere definitivamente la vicenda. E, se possibile, dimenticare tutto.

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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