Il Tirreno

Livorno

il racconto deL CHIRURGO Bruno MUrzi

«Un intervento mai tentato prima»

«Un intervento mai tentato prima»

MASSA. In tutto il mondo solo altri sette neonati di appena un chilo e mezzo erano stati sottoposti a questo delicatissimo intervento prima di lei e le statistiche non erano consolanti: la metà di...

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MASSA. In tutto il mondo solo altri sette neonati di appena un chilo e mezzo erano stati sottoposti a questo delicatissimo intervento prima di lei e le statistiche non erano consolanti: la metà di loro non ce l’aveva fatta. Quella bambina, M., ancora nella pancia della mamma, era addirittura più piccola, appena un chilo e duecento grammi, ma senza l’operazione non poteva sopravvivere. Il suo cuoricino era grande come una mandorla e aveva una grave malformazione: le vene attaccate al posto sbagliato.

Così all’Ospedale pediatrico apuano di Massa hanno deciso di non perdere tempo. Hanno fatto nascere la piccola con due mesi d’anticipo, l’hanno tenuta in rianimazione per farle prendere un paio d’etti e l’hanno operata con un intervento mai effettuato prima in Italia. «Fra una decina di giorni la dimettiamo», spiega il chirurgo Bruno Murzi, responsabile dell’unità operativa cardiochirurgia pediatrica che l’ha operata.

I genitori della bambina si accorgono che qualcosa non va dai controlli di routine effettuati a giugno a Livorno. I medici labronici suggeriscono alla coppia un consulto all’Opa, ospedale all’avanguardia per le operazioni al cuore di adulti e bambini. Dove gli specialisti fanno la diagnosi: trasposizione dei grandi vasi.

«Sapevamo della malformazione sei settimane prima della nascita – spiega Murzi –. Di solito operiamo neonati di 3,2 chili; lei ne pesava 1,2. Speravamo crescesse un po’ prima del parto ma la crescita era compromessa». I ginecologi sono lapidari: M. rischia di morire.

Viene dunque fatta nascere col cesareo l’8 giugno ed è subito trasferita in terapia intensiva. Per un mese e mezzo resta attaccata a un ventilatore e alimentata col sondino. «Fortunatamente digeriva bene – spiega Murzi – ed è cresciuta».

Quando l’ago della bilancia segna la soglia minima per sopportare l’intervento, per l’équipe di nove specialisti guidati da Murzi si apre la sala operatoria. Sono le 11.03 del 16 luglio. I medici hanno in mano strumenti insolitamente lillipuziani, a misura dello scricciolo che devono salvare. L’operazione consiste nell’interrompere il circolo del sangue (150 cc), portare il corpo a 18 gradi, tagliare le vene, riattaccarle al posto giusto, far risalire la temperatura e reinserire il sangue. Escono alle 15.50, un’ora meno del previsto. «Il momento più difficile è stato quando abbiamo tagliato le coronarie di appena un millimetro di diametro – spiega Murzi – e il più bello quando abbiamo tolto la pinza che stringe l’arteria, il sangue è tornato a circolare e il cuore ha ricominciato a battere».

La paziente ha trascorso un mese in rianimazione. «Ora mangia, cresce, ha superato i 2 chili – spiega Murzi e fra dieci giorni, se tutto va bene, tornerà a casa. Dovrà fare controlli periodici ma se tutto fila liscio da grande avrà una vita normale, senza segni visibili».

Francesca Ferri

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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