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Livorno

Caso Corat, l’Asl perde la prima causa: dovrà dare 50mila euro a una donna

di Juna Goti
Caso Corat, l’Asl perde la prima causa: dovrà dare 50mila euro a una donna

Nel 2008 è stata operata di tumore per l’allarme ignorato due anni prima a causa di un refereto contraffatto: era stato cambiato da positivo a negativo

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LIVORNO. «Quando mi hanno detto che avevo un tumore e che avrei potuto combatterlo due anni prima ma mi avevano consegnato un referto falsato, mi è crollato il mondo addosso. Allo stesso tempo, però, ho sentito una spinta a reagire a questa ingiustizia: ho sempre creduto e ancora credo nella prevenzione, quello che è accaduto non si può accettare». Liuda Zucchelli, 64 anni, lavora da una vita come collaboratrice scolastica, prima al Buontalenti poi al Cecioni. La sentenza pilota, datata 30 luglio, porta la firma del giudice Gianmarco Marinai, che in sede civile ha accolto la richiesta di risarcimento a carico dell’azienda sanitaria (difesa da Paolo Bassano) presentata dagli avvocati Massimiliano Ferretti e Marco Guercio, ai quali si era rivolta la donna. È lei a raccontare l’odissea partita nel 2008, con quella spia rossa della malattia che in realtà si era accesa già due anni prima, senza che nessuno, ad eccezione di chi ha falsificato gli esami, se ne fosse accorto.

Il 4 ottobre del 2006 la donna si rivolge al Corat per l’esame della ricerca del sangue occulto nelle feci: è tutto a posto. Torna in ospedale due anni dopo per gli esami di routine: è il 30 settembre del 2008, questa volta l’esito è positivo, serve la colonscopia. Quella che arriva dopo è una doccia fredda: il 20 novembre Maurizio Viti le deve togliere circa 30 centimetri di intestino per un adenocarcinoma al colon. Resta in ospedale per giorni: dopo l’operazione non deve fare la chemioterapia, «ma essere malati di tumore - dice oggi che sta bene - è un'esperienza che ti cambia la vita, devi farci i conti ogni giorno, ogni volta che torni a fare gli esame e speri».

La doccia fredda per Liuda e la sua famiglia è doppia: prima dell’operazione, infatti, una lettera del Corat e la telefonata della questura (nel frattempo è esplosa l’inchiesta dei “falsi negativi” con al centro l’infermiera) la informano che già l’esame fatto nel 2006 aveva dato esito positivo. Tradotto: la presenza del polipo all’intestino poteva essere accertata con due anni di anticipo. Tumore e operazione così invasiva potevano essere evitati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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