Il Tirreno

Livorno

Quella ricerca interrotta a metà

di Giulio Corsi
Quella ricerca interrotta a metà

MIGLIA A NORD DI GORGONA. Il mare a nord della Gorgona è di un blu cobalto. Ma col cobalto che inizialmente sembrava essere contenuto nei 198 bidoni caduti dall’eurocargo Venezia non c’entra niente....

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MIGLIA A NORD DI GORGONA. Il mare a nord della Gorgona è di un blu cobalto. Ma col cobalto che inizialmente sembrava essere contenuto nei 198 bidoni caduti dall’eurocargo Venezia non c’entra niente. Tantomeno con gli ossidi di nickel e di molibdeno che in realtà stanno dentro agli 86 bidoni ancora dispersi sott’acqua. Sono le otto di mattina e la nave Magnaghi, col suo arsenale composto di ecoscandagli, magnetometro, sonar a scansione laterale e batitermografo, ha terminato da un’ora la sua campagna nel mare livornese.

I suoi 82 metri di lunghezza completamente verniciati di bianco e le sue 1700 tonnellate si stagliano tra l’orizzonte e la sagoma della Gorgona che sembra lì, a un passo, pur essendo 7 miglia e mezzo più a sud, a dimostrazione che questa storia ce l’abbiamo davvero davanti a casa, nel nostro mare.

E’ lì, esattamente davanti a Livorno e Tirrenia, in un’area di 18 chilometri quadrati setacciata angolo dietro angolo, scoglio dopo scoglio, che la Magnaghi ha puntato la sua strumentazione per trovare i fusti mancanti. E forse li ha trovati. Non tutti, ma una buona parte. E pensare che ancora qualche giorno fa qualcuno aveva sentenziato che la Marina non aveva la strumentazione adatta per effettuare la ricerca.

E invece il side scan sonar, apparecchio da quarantamila euro identico a quello utilizzato da Minerva Uno a febbraio e da Sentinel a giugno, è arrivato fino a 540 metri di profondità e a 450 ha individuato il primo bersaglio interessante che poteva essere un fusto. E il magnetometro, di proprietà dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che viaggiava agganciato a un cavo dieci metri dietro al sonar, ha confermato: sì, potrebbe essere lui. Dopo il primo puntino bianco apparso sugli schermi della sala operativa della Magnaghi, si è acceso il secondo, dopo il secondo il terzo. Il tenente di vascello Chiara Caielli, capo reparto operazioni li indica sul monitor. «Guardi, eccoli lì». Sono quei puntini bianchi che hanno convinto il comandante della Magnaghi, il capitano di fregata Maurizio Demarte, che gli studi effettuati insieme al suo staff, alla capitaneria, agli esperti della Marina, anche sulla base di sette mesi di lavoro portato avanti da Castalia e pagato da Grimaldi, erano giusti. E’ stata ristretta verso nord est, dunque più vicino alla costa, l’area in cui intensificare la ricerca e alla fine novanta echi sospetti hanno fatto accendere la strumentazione della Magnaghi e una trentina di essi sono stati identificati come sospettissimi. La parola bidone non si potrà pronunciare fino all’arrivo di un rov, cioè un robot telecomandato sottomarino dotato di telecamera, che dovrà dare la conferma visiva. Ma la missione ha fatto bingo: una parte dei bidoni mancanti sono lì, tra un miglio e mezzo e quattro miglia a nord est rispetto al punto di ritrovamento degli altri, dove il libeccio che tirava forte la notte dell’incidente, li ha trasportati mentre erano in semigalleggiamento. Il che fa sorgere una riflessione: è lì che la nuova ricerca che sarà commissionata a Grimaldi, dovrà cercarne altri? Il comandante Demarte spegne gli entusiasmi: «Più ci si allontana dal punto dell’incidente più diminuiscono le possibilità di trovare nuovi bersagli - sottolinea -. Tra l’altro l’eurocargo Venezia ha viaggiato dal punto dell’incidente a Genova con l’impavesata rotta e non è escluso che alcuni dei fusti siano caduti successivamente lungo il percorso fino al porto e si trovino sparsi ancora più a nord».

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