Toscana
Cuore progressista senza cercare la carriera facile
Da quella costola dalla quale sarebbe nata prima Sinistra democratica e poi Sel. Vittori non si arrabbiò perché respingeva la responsabilità di un ruolo dirigente: era un impegno che gli avevano...
Da quella costola dalla quale sarebbe nata prima Sinistra democratica e poi Sel. Vittori non si arrabbiò perché respingeva la responsabilità di un ruolo dirigente: era un impegno che gli avevano caricato sulle spalle fin da quando era poco più che ragazzo e già figurava come una delle intelligenze della federazione comunista.
Quel che rifiutava era la deriva personalistica che ha preso la politica: spesso, troppo spesso nient’altro che un trampolino di lancio per ambizioni individuali, per ascese sociali di figure altrimenti condannate a stare in quarta o quinta fila, per campare senza dover far altro che surfare fra spifferi di faide e correnti di potere.
Era proverbiale la sua flemma, in realtà lo era anche l'ironia sottile e più british che labronica, anche se lui mi avrebbe dato una calcagnata a sentirsi descrivere così. L'una e l'altra, l'andare adagio e il punzecchiar gentile, erano il modo per farcela a mettere insieme: 1) una paziente capacità di ascoltare; 2) una caparbietà testarda nel tener fede ai valori; 3) il bisogno di dire la propria senza sconti. Senza strepiti, senza verve da primadonna, senza rivendicare posti o strapuntini per sé. Del resto il lavoro politico come funzionario del Pci raccontano della fibra di un uomo che aveva fatto delle ragioni delle sinistre la propria ragione di vita. Di comunista italiano, di togliattiano.
È come se, in quest’ultimo pezzo del suo viaggio, Vittorio Vittori avesse interiorizzato nella carne, nella pelle e nelle ossa quanto sia difficile decifrare il proprio destino per una sinistra disorientata, senza più velleità di analisi che abbiano lo sguardo lungo: potremmo raccontarlo così l'ultimissimo tratto di cammino, quando prima ha finito di stare sotto il tetto dei Ds, poi ha lasciato i vendoliani di Sel, infine è approdato con il bagaglio della sola sua storia individuale di comunista - lui così poco individualista - sotto le fronde della Federazione della Sinistra che Rifondazione e Pdci cercano di costruire andando al di là della semplice somma di due partiti in cerca di una prospettiva che non sia la resa.
No, non era lui ad aver zigzagato a spasso fra sigle e partiti: a esser salito sull'ottovolante era il mondo tutto attorno, a cominciare dalle sinistre. E lui, invece di stramaledire i tempi, non se n’era rimasto nella giungla come il giapponese che non vuole ammettere che la guerra è finita: era uscito in questo dannato mare aperto, quest’oceano sconfinato di disuguaglianze e sfruttamento, per provare a ridisegnare una rotta. Innanzitutto, con il disinteresse per sé stesso, con un bisogno stringente di rettitudine e con la cifra della giustizia sociale: tutte cose che gli si erano cucite addosso, forse paradossalmente per un ex funzionario di partito, come sentimento prima ancora che come dovere politico, quando l'avevano assunto in Provincia e l'avevano messo nella trincea di chi si occupa del collocamento mirato. A tu per tu con l'umanità più fragile sul fronte dei diritti dei lavoratori, con quelli che fanno fatica.
Mauro Zucchelli
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