Sicurezza
Profughi sgomberati: tempo scaduto
ll piano umanitario nazionale è stato prorogato fino a dicembre, ma VIlla Morrazzana ha gravi carenze e va liberata
LIVORNO. Un anno due mesi e 13 giorni non sono briciole. È un tempo sufficiente per innamorarsi, per trovare un lavoro, per dare alla luce un bambino. È il lasso di tempo in cui profughi africani provenienti dalla Libia sono rimasti in città, a Villa Morrazzana. E lì, nel verde, le colline alle spalle e il mare all’orizzonte, hanno trascorso un periodo importante nella loro vita. Di Livorno hanno vissuto tutte le sfaccettature. Il mare, la passeggiata in Venezia, le cantine, i parchi. E ora che si sono ambientati e che alcuni di loro hanno trovato lavoro e perché qualcuno anche l’amore, il loro tempo è scaduto. Da ieri, i 39 profughi hanno dovuto lasciare la struttura che li ha ospitati, nonostante i contributi statali che alimentano il progetto umanitario siano stati prolungati sino a fine anno. E loro? La maggior parte non ne vuole sapere di andare via. Parlano gli striscioni posti davanti alla villa: “La guerra è qui, non siamo sacchi di patate” e “Vogliamo rimanere tutti insieme a Livorno”: sono gli striscioni che i rifugiati politici hanno esposto all’ingresso da Villa Morrazzana.
Il blitz e le sistemazioni. Ieri mattina vigili, polizia, volontari delle associazioni di volontariato, protezione civile e gli assessori al sociale Gabriele Cantù e all’edilizia privata Paola Bernardo, si sono presentati alla struttura di Monterotondo per invitare i profughi ad andarsene. Ma se 17 ragazzi hanno accettato di lasciare Livorno e ieri mattina sono stati portati a Prato e a Grosseto, i più si sentono radicati a Livorno e non vogliono mollare. Sono loro stessi a ripeterlo agli amministratori e ai poliziotti di Digos e Immigrazione. Nel corso della giornata in 6 sono stati accolti dalla Caritas livornese. E in serata per i 16 rimasti il Comune ha trovato una soluzione alternativa, in hotel in città.
La storia: i fondi nazionali e la Villa chiusa dall’Asl. L’ondata di rifugiati libici provenienti dalla Libia è approdata a primavera 2011 a Villa Morazzana, che già aveva ospitato un primo gruppo di nordafricani, soprattutto tunisini, profughi dalla crisi libica. La seconda ondata era composta da una quarantina di persone, tutti ragazzi del Ghana, del Bangladesh, della Costa d’Avorio e della Nigeria. Gente che ha le famiglie nei propri Paesi di origine ma che era immigrata in Libia per lavoro. Solo che poi è dovuta scappare da quel posto così tormentato. E molti di loro sono approdati in Italia, in particolare a Livorno. Il progetto di accoglienza, finanziato dallo Stato tramite la protezione civile della Regione, doveva terminare a fine giugno, ma poi c’è stata una proroga. Lo spiega l’assessore Cantù: «La convenzione nazionale, in scadenza a fine giugno, è stata prorogata sino alla fine dell’anno. Solo che qui c’è stato un problema con la struttura. Da un’ispezione dell’Asl, fatta ad aprile, infatti, è emerso che nella villa c’erano delle carenze igienico sanitarie. Per non creare problemi agli ospiti, il Comune ha deciso di tollerare la situazione fino alla scadenza del progetto, a giugno. Ma quando lo Stato ha prorogato i fondi per altri sei mesi, il sindaco ha deciso di spostare in avanti il termine un altro mese, quindi sino a fine luglio, per dare modo ai profughi di trovare un’alternativa. Intanto il Comune s’è dato da fare per cercare una sistemazione livornese a questi ragazzi. Abbiamo preso in considerazione varie opzioni. E alla fine abbiamo trovato una soluzione per loro».
Non sono sacchi di patate. E così, ecco che i profughi, versione pacco postale, vengono portati via, in strutture toscane alternative. Certo, chi vuole può restare. Ma dove potrebbero andare? La maggior parte non ha un soldi in tasca. «È mancata una e propria politica di gestione dei profughi - denuncia Farhia Aidid Aden, giovane somala responsabile regionale per Sel delle politiche per l’immigrazione - E mi fa male che ciò sia accaduto proprio a Livorno». Gli fa eco Niang Magatte, volontario senegalese del Cesdi: «Questo progetto è stato molto carente: non c’è stato un lavoro di integrazione, questi ragazzi li hanno solo presi e portati da una parte all’altra».
Il futuro della villa. Quanto al futuro di Villa Morrazzana, per ora la manifestazione di evidenza per la riqualificazione della struttura è sospesa. «In cantiere ci sono già alcune proposte - spiega l’assessora Bernardo - tutte nel settore sociale e sociosanitario».
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