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L’AMICIZIA

L’AMICIZIA

Amici di scuola "Psss. Psss. Massimo". "Sì, Clara?" "Noi siamo amici". "Certo". "E adesso, la nostra amicizia, non esisterà più". "Perché? Non direi…" "Non mentire. Certo che finisce qui. Non far...

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Amici di scuola

"Psss. Psss. Massimo".

"Sì, Clara?"

"Noi siamo amici".

"Certo".

"E adesso, la nostra amicizia, non esisterà più".

"Perché? Non direi…"

"Non mentire. Certo che finisce qui. Non far finta di nulla".

"Ma potremo…"

"Sei troppo intelligente per fingere. Ti rendi conto che ci siamo incontrati sui banchi della prima elementare e da quel giorno non ci siamo più persi di vista?"

"Certo. Sono stato io che mi sono seduto accanto a te. Avevi l'aspetto da prima della classe, con quelle treccine a scopetta e le lentiggini, sembravi…"

"Perché ti sedesti al MIO banco, Massimo?"

"Perché arrivai in ritardo e non c'erano altri posti".

"Ah! E io che credevo di essere stata scelta".

"No. Ma ti scelsi dopo come migliore amica e non me ne sono mai pentito".

"Nemmeno io, anche se…"

"Anche se?"

"Beh, anche se lì per lì avrei preferito una bambina. Quando ti vidi accanto a me con quell'aria smarrita, la cosa non mi piacque per niente".

"Ah, questo non me l'avevi mai detto!"

"Ma dopo, sei stato un compagno di banco perfetto per tutte le elementari".

"E poi alle medie e anche al Liceo".

"Sì, ma lì eravamo in banchi differenti, distanti persino".

"Ma la nostra amicizia è diventata ancora più preziosa. Ti ricordi quella volta che mi suggeristi a Italiano? Cos'era? Menare?"

"Ah, sì. La poesia era A Silvia. La prof recitava: 'E tu solevi così menare il giorno e ti chiese: 'Che significa menare, Barsotti?' E tu, 'Picchiare'. E la prof, 'Barsotti, ma che dici!'"

"Ah ah. Tu mi sussurrasti 'Trascorrere' ed io rimediai alla meglio. Quante risate abbiamo fatto insieme, Clara".

"Già e ora finirà tutto".

"No, non finirà niente. Diremo solo 'Sì, lo voglio' e saremo sposi… e amici".

"Speriamo Massimo. Sss. Zitto. Si comincia. Oh, non ti sbagliare a infilarmi l'anello come ieri alle prove".

Paolo Baroni

Amici per sempre

Sono già diciott'anni che è nata la nostra amicizia, da adolescenti a ragazzi in età più matura classificati in single alla ricerca dell'anima gemella, fidanzati o sposati con prole.

Ci conoscemmo perché frequentavamo le stesse superiori, alcuni erano persino nella solita classe, altri di medesima specializzazione ma sezione diversa.

La mattina prima d'entrare a lezione e all'uscita stavamo vicino al cancello dell'istituto per parlare, nel pomeriggio invece, una volta sbrigati i compiti l'appuntamento era in città in un luogo determinato così chi ritardava sapeva come trovare gli altri.

Ogni giorno rimanevamo fuori fino alle venti standocene nel nostro punto di ritrovo preferito o a fare le vasche in via Ricasoli, mentre il sabato sera e la domenica ci mettevamo d'accordo cercando di venirci incontro a vicenda.

Crescendo cambiavano abitudini ed esigenze, però nel complesso ne abbiamo passate tante assieme, certi episodi sono stati piacevoli altri meno, come ad esempio gli alti e bassi, le litigate, le incomprensioni, cose determinanti sia a rafforzare che a ribadire un concetto fondamentale della nostra amicizia, cioè che non potranno mai strapparcela per nessuna ragione al mondo in quanto oltre a essere vera possedeva, come tutt'ora, un legame forte e sincero.

Tuttavia anche se ultimamente ci siamo un po' persi di vista perché la vita ce lo impone, quelle rare volte durante l'anno che ci rincontriamo per una rimpatriata di gruppo sembra sempre ieri, sovente la mente vaga e rimembriamo qualche vicenda del passato per dar spazio ai ricordi.

Ogni volta vi è qualcosa da intavolare su cui ridere e scherzare, quindi in quell'attimo che ci riuniamo di nuovo, tutto si ferma siamo solo noi e la voglia di stare ancora insieme uniti dalla nostra magnifica e unica amicizia.

Luca Lami

Josè

Lo chiamavano Josè, camminava trascinando la gamba destra e appoggiandosi a un bastone, capelli e barba corta bianca, sbucava dal nulla e si sedeva sulla sabbia con noi, appena ventenni, la sera d'estate. Josè era pazzo, era stato rinchiuso trent'anni nel manicomio di Volterra, un tentato suicidio per amore, là era diventato pazzo. Lo avevano legato, impasticcato, trattato con elettrochoc e indifferenza, poi lo avevano liberato grazie alla legge Basaglia, ma nessuno lo aveva raccolto, famiglia compresa.

Non ho mai saputo come né dove vivesse, lo incontravo la sera sulla spiaggia, a volte era aggressivo, non con me, io assomigliavo alla sua fidanzata, me lo disse la prima volta che ci incontrammo. Josè aveva letto migliaia di libri, classici, con una particolare predisposizione verso gli autori russi, che anch'io amavo molto, fu il nostro punto d'incontro. Certo era difficile seguire il suo modo di parlare, velocissimo, confuso dalle medicine che gli procuravano una schiuma disgustosa ai lati della bocca, ma quando riusciva a raccontarmi le pagine di un libro o parlava della sua storia d'amore era come diventasse un altro, gli occhi azzurri si illuminavano, le parole uscivano senza fretta, sorrideva. Non avevo paura di lui, neanche quando era in preda a qualche allucinazione, ero sicura che non mi avrebbe fatto del male, era mio amico.

Una sera mi portò "Il giocatore" di Dostoevskij, uno dei libri che lo aveva accompagnato in prigionia, c'era una dedica ma era impossibile capire quella scrittura contorta come la sua mente, sorrisi, ringraziai, lui mi guardò: "Hai proprio i suoi occhi."

Non lo vidi più. Molti anni sono passati, mi piace pensare che ora Josè sia sabbia sottile dispersa dal vento e portata fino al mare, azzurro come il suo sguardo di vecchio bambino.

Niki Mazziotta

Le molestie

"Scusi sa ma come si permette?"

"Cosa crede? Di poter fare quello che gli pare?"

"Mi spiace deluderla ma guardi, si è proprio sbagliato!"

"Adesso se ne vada prima che chiami la polizia!"

"Ah no, pensa che dica tanto per dire?"

"Beh, e cosa glielo fa pensare?"

"Se non l'ho ancora chiamata è semplicemente perché non mi piace attirare attenzione nel mio negozio. Ho una reputazione da salvaguardare io, sa!"

"Ma che dice? Io cambiare idea!"

"Guardi se lo vuole proprio sapere non è neppure il mio tipo!" "Adesso stia buono un attimino che sta per entrare una mia vecchia cliente. Sa, è molto anziana e non vorrei che per disgrazia fraintendesse una semplice conversazione in qualcosa di più!" "Buongiorno signora Cesira, che cosa posso servirle stamattina? Il solito pane di mezzo chilo con un po' di buona schiacciata cotta a legna? Benissimo signora, desidera altro?"

"No signora, questo è mio cugino Antonio che mi è passato a trovare. Allora sono 3 euro e 70, signora".

"Come dice? Se è lo stesso signore di venerdì scorso?"

"No cara signora, questo è mio cugino da parte paterna"

"Le sembra di averlo già visto? Mi scusi ma non credo di aver capito... mi sta dicendo che è il marito della cugina da parte materna di mio marito?"

"Guardi, mi dispiace, ma mi sa che si è proprio confusa, perché mio marito non ha cugine da parte materna, molto probabilmente l'avrà scambiato con qualcun altro".

"Come fa, scusi, a esserne tanto sicura?"

"Perché con quella da parte paterna l'ha incontrato proprio questa mattina prima di passare di qui?"

"E le ha mica detto se mi raggiungeva in negozio?"

"No, poiché doveva accompagnarla in aeroporto?!"

"La ringrazio tanto Cesira, lei è davvero una cara amica!"

Samantha Amendolia

Le scarpe grigie

"Non ci vengo e basta."

Furono le ultime parole, poi Natalie sentì la conversazione chiudersi. La foto sul cellulare, che era stata scattata 15 anni prima, mostrava due bambine bionde con buffi occhiali da sole. Ashley ne aveva uno nero con la montatura quadrata, Natalie verde a forma di stelle. Differenti proprio come i loro caratteri.

Quella sera c'era la festa di Deborah. Deborah era sempre stata prepotente e non piaceva né a Natalie né a Ashley. Per 5 anni erano state tutte in classe insieme, ma i loro gruppi non si erano mai mescolati. Natalie non avrebbe mai pensato di andare a quella festa, se non avesse saputo che c'era anche Kevin.

"Che stupida sono" pensò Natalie.

Il cellulare vibrò. Era Ashley.

"Ashley, non andiamoci più, era solo un'idea stupida. Lo sai, lo facevo solo per Kevin" disse Natalie.

"No Natalie, se è così importante vengo" fece Ashley. Poi aggiunse: "Ma mi devi prestare le scarpe grigie."

Natalie balzò a sedere sul letto: "Stai scherzando, vero?"

"No, se ti faccio un favore, ne voglio uno in cambio."

"Ashley, non è giusto, le ho comprate solo ieri. Ho risparmiato per mesi!"

"Va bene, allora non vengo."

Ashley buttò giù, poi si mise le scarpe e scese giù per le scale.

"Torno tra dieci minuti" urlò a sua madre che stava preparando la cena.

Fuori era ancora un po' nuvoloso, ma almeno aveva smesso di piovere.

Ashley corse per il viale d'ingresso e svoltò nel vialetto accanto.

Girò intorno alla casa e entrò dalla porta sul retro. Salì su fino al corridoio delle camere da letto.

Natalie comparve dalla porta di camera sua con le mani sui fianchi.

Ashley le sorrise.

"Ci sei cascata" le disse.

Scoppiarono in una risata e a braccetto entrarono in camera.

Da fuori si sentivano scherzare sulla festa di Deborah, Kevin e le scarpe grigie.

Annette Kelly

Ricordi di un amico

Vorrei fermare il tempo, riportarlo indietro al tempo di ieri, perduto per sempre, di cui conservo la sua luce.

Le scuole elementari, i piccoli amici, i giochi innocenti, il gioco più bello era quando andavamo al fiume Arno. Vi erano spiagge immense, l'acqua era trasparente, facevamo il bagno divertendoci a fare tuffi da varie altezze, sulla sabbia a giocare con il pallone, il mio amico preferito era Alberto. Poi siamo cresciuti, erano gli anni Cinquanta, c'era povertà, poco da mangiare, ma eravamo felici, fieri della nostra età adolescenziale, di cose semplici e genuine.

Poi Alberto insieme a sua madre si trasferì a Milano.

Fu molto doloroso separarsi, ogni anno veniva al paese ad agosto, poi in seguito le sue visite si diradarono.

Non so spiegare il perché, ma negli ultimi anni ci siamo sentiti poco, dopo qualche anno è venuto al paese per un funerale di un suo cugino.

Era il 2008, ci siamo abbracciati un poco commossi, entrambi sessantaseienni.

Dopo il funerale m'ha preso sotto braccio e m'ha chiesto "Andiamo al Poggio", così si chiama il nostro vecchio rione.

Nelle viuzze che ci videro bambini, guardando le porte delle vecchie case, ci sembrava di udire, come allora, soave voce di ogni mamma chiamare noi bambini che giocavamo felici.

Continuammo il cammino di memorie senza fine, ricordi di gioie, di affetti, di amici perduti nell'inesorabile passare del tempo.

Piangevamo come due bambini davanti alle nostre vecchie case ricordando i nostri cari che non ci sono più.

Fu lì che mi disse "Fammi guardare ancora il mio passato dove insieme a te sono stato felice. Chissà se tornerò, sai, sono malato, ne ho per poco."

Fu l'ultima volta che lo vidi, sei mesi dopo se ne andò per sempre.

Il destino ci ha diviso ma nessuno mai lo toglierà dal mio cuore.

Taccola Milvano

Se i ricordi

Se i tuoi ricordi parlassero, racconterebbero una favola il cui finale si appresta a essere il più lieto dei finali. Se i tuoi ricordi avessero le mani, dipingerebbero un arcobaleno di colori che abbraccerebbe la terra da un polo all'altro. Se i nostri ricordi battessero su una tastiera, insieme scriverebbero un romanzo che comincerebbe narrando del giorno in cui ci incontrammo sulla sponda del laghetto dei cigni, sotto le sfumature rosee di un tramonto di fine estate.

Triste e solo poiché la persona che credevi ti amasse ti aveva lasciato, abbandonandoti senza remore al più ignoto dei destini, incappasti in me seduto sul prato, intento a lanciare tozzi di pane a quegli splendidi cigni dal collo lungo che sfilavano maestosi. Fra le increspature che lasciavano sullo specchio d'acqua di fronte, scorgevo il volto crudele di una sorte che il caso voleva fosse simile alla tua; e fu forse per questo che, pur non avendoti mai visto prima, ti feci cenno di sedermi accanto e, come ci conoscessimo da anni, presi a parlarti di quanto mi sarebbe piaciuto fossimo sereni e legati fra noi come apparivano quei cigni che nuotavano là di fronte.

Allora, vedendo quanto anche tu desiderassi lo stesso, ti chiesi se volessi fermarti a cena da me, visto che da giorni rifiutavi persino di mandare giù un boccone, e non sai quanto mi rendesti felice fidandoti e accettando! Da quella sera, se i nostri ricordi avessero gli occhi, vedrebbero noi come quei cigni sul lago, avvolti nei colori intensi di una vita che giorno dopo giorno viviamo fianco a fianco senza mai un segreto né una menzogna che scalfisca il nostro legame. Perciò, caro amico mio, se tu parlassi, invece di abbaiare, insieme grideremmo al mondo intero quanto la nostra amicizia sia la più bella e la più speciale che si possa immaginare.

Tommaso Papi

Stessa spiaggia,

stesso mare

Settembre. Spiaggia semideserta. Niente chiasso, solo il rumore del mare.

"Buongiorno, si sta bene stamani ,che aria fresca! Ma che bella bambina! Quanto ha?"

"Quasi dieci mesi".

"Davvero? Anche lui, proprio oggi".

I bambini si scambiano un tenero sorriso, si studiano un po' ed è subito amicizia. E tra noi idem.

È iniziata così, i restanti giorni delle ferie li abbiamo passati insieme. Stessi orari, stesse pappe. Da subito i bimbi hanno avuto feeling, anche sul cibo, buongustai entrambi.

Noi camminavamo fianco a fianco inebriate dal profumo travolgente della pineta, spingevamo i passeggini e loro si tenevano per mano senza ancora saper dire il proprio nome, si cercavano attratti l'un l'altro come calamite.

E poi parlavamo come se ci conoscessimo da sempre, stesse idee, stessa genuinità toscana.

Quando ti mancava qualcosa ero sempre in tuo aiuto, tra le due tu sei la teoria, io la pratica.

Poi le ferie sono finite con la certezza che ci saremmo riviste, niente promesse. E così è stato.

Son passati sei anni, ora è di nuovo estate.si sono rivisti qualche giorno fa e tra loro il feeling è intatto, tra noi idem!

"Mamma, quando andiamo a trovare C.?"

"Tra due settimane, amore."

"Sono contento ho voglia di stare con lei."

E io ho voglia di stare con te, di risate a crepapelle, di prenderti in giro perché essere amiche è anche questo, di parlare dei nostri figli e vedere i nostri occhi che brillano per loro.

"Mamma, C. è proprio bella sai?, la posso sposare?"

"J., ma sarà un po' presto per pensare a queste cose?"

"Mamma, mi devo organizzare!"

Sorrido e penso che ha preso da me, io sono quella pratica!

Sorrido e penso che c'è tempo.

Tra pochi giorni si rivedranno: stessa grande tenera amicizia.

Tra pochi giorni ci rivedremo: stessa spiaggia, stesso mare.

Manuela Bonaccorsi

Un'amicizia

L'avevo conosciuta durante la manifestazione contro i "Boia chi molla" a Reggio Calabria. Aveva vent'anni, due occhi neri e un fazzoletto rosso al collo. Uno sguardo e una magia coinvolgente ci avvolse. Ci sedemmo e come un fiume in piena ci rotolammo addosso le pietre della nostra vita. Partendo capii che il fuoco che ardeva in quegli occhi non sarebbe rimasto sotto la cenere. La rividi una quindicina d'anni dopo quando mi chiese ospitalità per una notte. Era cresciuta. Era una donna incazzata e delusa. Passammo la notte a parlare della sua rabbia contro tutto e tutti. "Occorre la distruzione creativa" mi disse prima di lasciarmi per il letto. La mattina dopo la camera era vuota. Capii che il fuoco dei suoi occhi avrebbe acceso un incendio, prima o poi. Successe prima. Lessi sul giornale che era stata arrestata per partecipazione a banda armata. Fui sorpreso, non dalla notizia, ma dal senso di frustrazione che mi assalì. Forse dovevo essere con lei, forse, ma non avevo avuto quel lucido coraggio.

L'ho rintracciata in Pomaia. Era ormai un'anziana signora. Nel volto gli occhi erano un'oasi di pace. Parlammo a lungo, ancora una volta. Lucidamente mi narrò il suo lento passaggio dal sociale all'universale in cui aveva trovato un'altra se stessa. Mi domandò come vivessi nel mondo misero di oggi e io con semplicità le spiegai che mi ero astratto dalla realtà fuggendo ogni responsabilità sociale. I nostri occhi riflettevano la delusione del fallimento, la disperazione per le vite passate invano. Ci fissavamo come quarant'anni prima, ma gli anni erano passati e lentamente, come foglie sull'albero d'autunno, ci allontanammo portandoci dentro la nostra malinconica delusione.

Attilio Billocci

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