Il Tirreno

Livorno

In fila per avere la card del cibo

di Juna Goti
In fila per avere la card del cibo

Cresce del trenta per cento la richiesta di aiuti per i beni di prima necessità: in 110 restano fuori

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LIVORNO. Le richieste sono lievitate di circa il 30 per cento da un mese all’altro, scatenando una guerra tra poveri. Non richieste di case, esenzioni o rateizzazioni. Richieste di carte caricate con qualche decina di euro per comprare cibo e generi di prima necessità: vestiti, sapone, bombole del gas.

Ogni anno il Comune, attraverso la Caritas, distribuisce una serie di card ricaricabili per aiutare le famiglie in difficoltà. Funziona così: la domanda viene inoltrata attraverso gli assistenti sociali che operano nei distretti sanitari, viene giudicata da una commissione che si riunisce al Pascoli e in base alla graduatoria stilata è possibile ritirare la carta alla Caritas. A disposizione ci sono dagli 80 ai 150 euro al mese. La ricarica viene fatta ogni tre mesi e fino a oggi sono state rinnovate di volta in volta circa 290 card.

Per questo servizio il Comune ha messo in bilancio quest’anno, così come lo scorso anno, circa 72mila euro a trimestre. Il pacchetto a disposizione, insomma, almeno per ora non è cambiato (nelle prossime settimane ci saranno da valutare gli effetti della spending review), ma con l’arrivo delle domande estive c’è stata anche una nuova esplosione di povertà. Un’impennata di richieste che dà il segno delle difficoltà che crescono tra un quartiere e l’altro. E che - lo dice senza troppi giri di parole l’assessore al sociale, Gabriele Cantù – non potrà trovare sempre una risposta.

Le domande in più nell’ultimo trimestre sono state 110, che si aggiungono alle circa 300 di inizio anno. In totale fa più 30 per cento.

«Questo – spiega Cantù – ci ha portato a rivedere ogni singolo caso. Tra le 110 nuove domande la commissione ha individuato una sessantina di situazioni particolarmente gravi, che hanno avuto la precedenza. Così sessanta persone che fino a oggi avevano ricevuto l’aiuto parziale o totale, e magari si aspettavano di vederlo riconfermato, lo hanno perso».

Tra chi è rimasto fuori ci sono storie difficili. Ma nella guerra delle coperte corte avere già una casa popolare, una pensione di invalidità (anche se di appena 270 euro) o una storia di aiuti alle spalle può diventare paradossalmente un vantaggio. E spingere fuori dalla graduatoria. «Siamo disperati – si lascia andare Cantù – la città è in sofferenza. Il Comune, facendo i salti mortali, ha erogato per questo servizio gli stessi soldi dello scorso anno. Il paracadute contro la povertà c’è: un esempio sono i 20 mila euro messi a disposizione per dare direttamente contributi in denaro nelle situazioni più difficili o le borse lavoro incentivate per aiutare le famiglie a rimettersi in piedi, stimolarle. Ma le situazioni difficili crescono in modo esponenziale».

Come le proteste e le lettere arrivate negli ultimi giorni al Tirreno da chi è rimasto senza quella card che comunque rappresentava, in alcuni casi, l’unico modo per riempire il frigorifero. L’assessore non usa troppi giri di parole. «Lo dico con sofferenza, ma voglio essere onesto: c’è qualcuno che sta ancora peggio di loro. La commissione non favorisce l’uno o l’altro. Stiamo cercando di dare a tutti la possibilità di tirarsi su, privilegiando chi magari ha avuto meno aiuto. Ripeto, lo dico con sofferenza: un certo assistenzialismo vecchia maniera non possiamo più permettercelo. In questo senso le borse lavoro non sono la soluzione, me ne rendo conto, ma un tentativo di offrire possibilità».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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