Il Tirreno

Livorno

Pisa provincia di Livorno la sorpresa dal ministero

di Giulio Corsi
Pisa provincia di Livorno la sorpresa dal ministero

A Roma prende piede l’ipotesi che la città più popolata diventi capoluogo In ballo centinaia di lavoratori che rischierebbero il trasferimento forzato

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LIVORNO. E se alla fine fosse Pisa ad essere annessa a Livorno? Nelle ore decisive per la pubblicazione del decreto governativo che taglierà 64 amministrazioni provinciali in tutta Italia, prende piede l’ipotesi che il cuore del nuovo sistema territoriale pisano-livornese anziché all’ombra della Torre pendente finisca all’ombra dei Quattro Mori. La risposta - si spera - sarà scritta nel decreto, che in realtà è annunciato nelle strane vesti di una delibera. Ad ogni modo, se non fosse il decreto-delibera a stabilire i criteri, ma la scelta fosse attribuita ai Cal, cioé ai consigli delle autonomie locali, «immaginatevi che scontri», prevede giustamente Giorgio Kutufà.

Livorno capoluogo di Pisa, dicevamo. Possibile? «Sì - spiega Kutufà -, qualora il governo dovesse optare per una valutazione diversa da quelle prospettate finora dando cioé priorità non alla (ex) provincia più affollata (in questo caso Pisa, con i suoi 414mila abitanti, ndr) ma alla città più affollata della nuova provincia (in questo caso Livorno, con i suoi 161mila residenti, ndr)».

L’ipotesi ha la sua logica ma previsioni non sono fattibili. Perché in Italia situazioni del genere ce ne sono numerose e tutte decisamente critiche, patate bollenti per il governo e per i tecnici del ministero che stanno ancora sfogliando la margherita sapendo che la scelta politicamente corretta non esiste. Un altro esempio da grattacapo? Forlì e Ravenna. La prima più popolata come provincia, la seconda più popolata come città. La prima rinata come provincia insieme a Cesena solo nel 1992, la seconda antica città d’arte e capitale dell’impero romano d’occidente. A chi dare l’onore del capoluogo?

La questione, badate bene, non è di semplice campanile e neanche di solo prestigio. In ballo ci sono infatti le sede provinciali di decine di organi periferici dello stato, di associazioni, ordini professionali. Che si traducono con posti di lavoro, lavoratori, dunque bilanci familiari e quotidianità di centinaia di persone e delle loro famiglie.

Pisa capoluogo (o viceversa) significherebbe l’addio del prefetto da Livorno, e col prefetto della prefettura e con essa della maggiorparte dei suoi dipendenti. Stesso discorso varrebbe per la questura, che si trasformerebbe in supercommissariato. E avanti con la motorizzazione civile, con la Camera di commercio, con i comandi provinciali di carabinieri, finanza, vigili del fuoco, con le direzioni di Inps e Inail. Tutti enti e strutture che verrebbero ridimensionati, mantenendo uffici locali, sportelli, ma perdendo non solo le posizioni apicali e dirigenziali (un solo colonnello comandante per la finanza e i carabinieri, un solo direttore per l’Inps e motorizzazione, un solo segretario generale per la Camera di commercio), ma una serie di funzioni e dunque dipendenti che potrebbero ritrovarsi nel giro di uno, due anni a lavorare almeno quindici chilometri di distanza. «Si è detto che dietro a questa riforma c’è un affondo verso la casta, in realtà non c’è nessuna casta - sottolinea Kutufà -. Gli enti che noi amministriamo sono solo la punta di un iceberg di un mondo costruito intorno alle Province. In questa riforma centinaia di posti sono a rischio, quantomeno di essere trasferiti. E non oso immaginare cosa succederebbe se nascesse una superprovincia Massa, Lucca, Pisa e Livorno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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