Il Tirreno

Livorno

L’amicizia

L’amicizia

Un addio col botto -E' finita… -Come sei drastico, non conosci le mezze misure. -Sono solo realista. Non esistono mezze misure ed è inutile girarci intorno: è finita. Punto. -Un'amicizia come la...

12 MINUTI DI LETTURA





Un addio col botto

-E' finita…

-Come sei drastico, non conosci le mezze misure.

-Sono solo realista. Non esistono mezze misure ed è inutile girarci intorno: è finita. Punto.

-Un'amicizia come la nostra non può finire così, da un secondo a un altro, non è possibile.

-Invece è proprio così. Si è rotto qualcosa, l'hai sentito anche tu. Niente sarà più come prima.

-Vuoi solo scappare via...

-Per essere precisi sei tu che stai facendo pressione, nemmeno te ne accorgi. Sai bene che quando succede è solo l'inizio della fine. Tanto vale che arrivi subito.

-Possiamo ricominciare, fare finta di nulla.

-Impossibile, non si torna indietro.

-Ci conosciamo da quando siamo nati. Mi sembrerà di perdere un pezzo di me.

-E' così, infatti. Anch'io perderò un pezzo di me. Ma è inevitabile. Non saremo né i primi né gli ultimi. Succede. Punto.

-"So che è successo già... che altri già si amarono, non è una novità…"

-Non ti sopporto quando canti Jovanotti.

-E io non sopporto te quando dici "Punto".

-Appunto.

-Stupido.

-Scema.

-Mi viene da piangere.

-Piangerai infatti. Ti conosco: ti dispererai all'inizio. Verserai fiumi di lacrime, mi caccerai lontano, non vorrai vedermi più. Ma ti passerà presto.

-Vuoi vedere che ora la stronza sono io! Chi è quello che vuole finirla qui?

-Ti sbagli. Non dipende né da me né da te. Ma era prevedibile, se ci pensi bene. E comunque avrai altri amici.

-Nessuno come te.

-Esattamente come me, invece. Forse addirittura migliori.

-E tu?

-Per me è diverso, io sono un lupo solitario, mi conosci. Mi sono infilato in questo rapporto e difficilmente riuscirò a farlo di nuovo.

-Basta! Sento che sto per esplodere… ti prego…

-Sono pronto.

-Sei stato il migliore amico che si possa desiderare. Mi mancherai.

-Anche tu mi mancherai. Addio Bottiglia…

-Addio Tappo.

…POP!…

Celeste Zicchino

Io ti aspetto ancora

Sono passati tanti anni. Lei continua a vivere la sua vita, felice, con l'uomo che ama. Ma il passato, le parole dette, tutti gli eventi accaduti riecheggiano nella sua mente e soprattutto nel suo cuore.

Gli manca; era il suo migliore amico. Mentre osserva i suoi bambini giocare, tanti ricordi riaffiorano in lei.

Improvvisamente prende un foglio e decide di scrivergli una lettera:

"Ricordi quando ci conoscemmo? La mia timidezza mi impediva di pronunciare parola con chiunque, ma tu, con i tuoi grandi e generosi occhi azzurri, ti avvicinasti e mi parlasti. Da allora non potei più fare a meno di te. Il giorno del mio esame orale alla maturità aspettasti per cinque ore il mio turno, ascoltando con pazienza i miei sfoghi, tenendo ferma la mia mano che tendeva a tremare un po' troppo. Quando soffrii per la prima volta a causa della fine di un amore, tu accorresti immediatamente, armato di pizza, gelato e tanti film strappalacrime; ci addormentammo sul divano, l'uno accanto all'altro, per poi svegliarci con il mal di schiena ma sorridenti insieme. Il giorno più importante della mia vita, quello del mio matrimonio, ti aspettai. Ma tu non arrivasti. Io ti aspetto ancora". Ripone la lettera in un cassetto; lui non potrà leggerla mai. La luce nei suoi occhi era stata spenta quella mattina di festa.

Guarda la loro foto insieme sul suo comodino. Rimaneva sempre il suo migliore amico.

Letizia De Cesari

Quore

L'autunno era piovuto su Firenze tutto in una sera.

Declinazioni più fredde, stessa frenesia.

Neon accesi dalla sera, impastati fra nuvole nei riflessi delle pozzanghere, musica techno che sfuggiva da un lettore in mezzo a vie rinascimentali, silenzi medievali a riposarsi nei locali notturni ancora chiusi, preoccupazioni su e giù per i viali nell'ora di punta, buone intenzioni scese alla fermata, pianti e risa effimere finite per caso nella ZTL dell'affetto, riservata ai sentimenti residenti.

Sconosciuti che si conoscevano, amici che non si salutavano più, grida senza rumore, indifferenza gridata.

Ma dal quarto piano tutto sembrava più lieve, tutto importava un po' meno…

Un frigorifero e qualche cattiveria facevano più chiasso di tutta una città.

La penna si aggrappava forte a me per non sporcarsi sul foglio, io mi aggrappavo a una scusa per non perdere.

Il solito familiare doppio giro di chiavi si immise nella quiete del corridoio.

Era tornato l'orgoglio.

Nel petto, più niente…

E ricominciavo a espirare delusione, sicuro di essere ricambiato.

Colpa della sua cocciutaggine…

E pazienza se sapevo bene che l'amicizia vera t'attira, t'attrae, t'attende e tutto a un tratto, alla prima difficoltà, ti consuma e ti rende fragile, come ha reso fragile il dolore nei giorni più belli.

La nostra non era amicizia, precisavo. Ma le lettere contavano l'insicurezza nelle mie parole. Il tempo aveva pazienza e la pazienza aveva tempo da perdere.

Un sentimento faceva notizia senza essere smentito.

La notte aspettava che passassi, mentre nella stanza decollava un richiamo…

Il battito incessante di un quore, in esilio da troppo tempo, nella notte del suo ritorno a casa dopo anni, incerto nel battito e nella grammatica, con la sicurezza dirompente di chi sapeva… che stavolta non poteva sbagliarsi.

Jason Gabriele Volpi

Il mio amico Jerry

Il mio amico Jerry mi ha detto di tenere un diario dove scrivere le cose, perché un giorno potrei dimenticarle, soprattutto dopo i trattamenti.

Ho sentito che tanti vomitano, dopo. Dicono che un tale è morto a forza di vomitare.

Ma io non ci credo. Jerry dice di non credere a tutto quello che sento.

Jerry è il mio migliore amico. Lui sa sempre quello che si deve fare. In questo posto, mi ha detto, i ricordi svaniscono, si dissolvono in quest'aria che sa di ammoniaca per essere assorbiti dai muri, e alla fine non sai nemmeno più come ti chiami.

Quando ero piccolo un dottore disse che avevo una memoria eidetica. Ricordo che mia mamma ne rimase molto turbata, credeva fosse una forma di autismo. È sempre stata convinta che qualcosa in me non andasse a causa della mia tendenza all'isolamento. Adesso però sarebbe contenta di sapere che mi sono fatto un amico. Io e Jerry siamo entrati qui insieme. Era la fine di marzo. Ricordo l'odore di tutte quelle mimose, e a me il loro odore ha sempre fatto venire il mal di testa, come a Jerry.

Jerry mi chiama Bob. Mi ha sempre chiamato Bob, fin dall'inizio, ma il mio nome è Roberto; qualcuno deve averglielo detto.

Nessuno, a parte lui, mi chiama Bob. Io lo chiamo Jerry. Non so se è il suo vero nome, ma a me non importa. Nemmeno Bob è il mio vero nome.

...

Ho iniziato a dimenticare le cose. Non ricordo chi mi aveva detto che un giorno sarebbe accaduto.

Certe volte rimango senza fiato. È l'aria che dissolve la mia anima per essere assorbita da tutti questi muri, e da tutto questo bianco.

Devo riuscire a scrivere i miei pensieri ogni volta che posso, e il mio nome, per non dimenticarlo. Dopo il trattamento ci metto un po' a ricordarlo, ma poi tutto ritorna chiaro, nella mia mente.

Il mio nome è Jerry.

Il mio nome è Jerry.

Il mio nome è Jerry.

Rico Favilla

L’ossigeno

La casa di mia nonna è sulle colline di Fiesole, a Doccia. D'estate trascorro lì almeno un mese, perché in città i miei polmoni si riempiono di catarri. Dicono che ho la fibrosi, per questo non esco mai di casa l'estate in città. Mi piace andare al cimitero che a Doccia è appena fuori dal paese. Passo all'Appalto per prendere la chiave del cancello di ferro dalla Lina, entro e resto lì a cercare le lucertole.

Una sera al cimitero incontrai un signore che era seduto sul muretto vicino alla mia tomba preferita, quella dove sopra c'era scritto "Daniele 1953-1994". Era giovane come il mio babbo e aveva i capelli lunghi e un po' biondi. Mi avvicinai e lui mi sorrise. Mi è piaciuto subito, perché aveva un viso che sorrideva tutto, naso, bocca, occhi.

gli chiesi e indicai la tomba.

Parlava strano o forse io ero strano, perché lui parlava e a me veniva da piangere, perché avevo capito che non lo avrei più visto e questo mi faceva star male, come perdere un amico.

gli chiesi.

Era il momento di tornare a casa e volevo stringerli la mano. Lui fece finta di non vederla, ma mi sorrise. Tutto, naso bocca e occhi e mi bastò così. Uscito dal cancello, mi voltai indietro. Il cimitero era vuoto.

Susanna Campigli

Il crepuscolo

dell'amicizia

L'uomo è accovacciato al fuoco. Lo attizza con piccoli legnetti, per mantenere la caverna calda. E' l'unica cosa che può fare per il piccolo. Per quanto non lo sa. Senza la madre che lo allatta non vivrà a lungo. La tempesta ha portato via tutto. Le carni affumicate, le pelli per coprirsi le membra, la sua donna.

Il fuoco scalda altre ombre. Hanno occhi di fuoco, con le stesso dolore nel cuore. Il cucciolo di lupo ha cercato con tutte le sue forze di resistere alla forza dell'acqua, ma è stato trasportato a valle, con i detriti della tempesta, con il corpo della donna.

Hanno fame, gli occhi lucenti cercano le prede.

L'uomo si alza. I suoi stracci odorano di foresta, di acqua, di vento. Il lupo ringhia. Un uccello momento attraversa il cielo. L'uomo è veloce, con la fionda lo colpisce e l'uccello esamine cade.

Basterebbe poco per riempirsi la pancia. Basterebbe correre più veloce dell'uomo, ma il lupo è ferito. La zampa gli sanguina, nella disperata lotta per salvare il suo piccolo un sasso lo ha colpito. La lupa non può correre. Ha le mammelle cariche di latte e il corpo stanco. Sanno che non hanno speranza. L'uomo raccoglie il corpo dell'uccello e torna verso il fuoco. I lupi si avvicinano.

Senza dire una parola divide la preda e ne getta la metà verso gli animali. E' lui che adesso guida il branco. Il lupo si avvicina alle carni e con la sua compagna si saziano.

Un pianto nella caverna riscuote tutti. il piccolo piange, ha fame. La lupa si avvicina. Lo annusa. L'uomo non si muove. Aspetta che tutto si compia.

La lupa lo lecca, il piccolo sente la lingua ruvida scorrere sulle guance. Il pianto si calma.

La lupa si stende. Il piccolo, istintivamente trova riparo nel suo corpo e sazietà nelle mammelle. Il seme dell'amicizia è nato.

Cinzia Giuntoli

Noname

Mia dolcissima amica dove sei?

Ricordi Deborah quando nel piccolo ruscello a piedi nudi carezzavamo le pietre bambine?

Da quel piccolo ruscello saliva lieve lieve un venticello che carezzava il nostro parlar di sogni lontani.

Eri l'amica di banco di scuola,ma anche l'amica del cuore,il mio primo amore giovane e innocente.

Lì sostammo;e con noi i nostri ricordi. La luna in cielo sembrava dicesse amatevi e i nostri cuor pulsavano per ciò che non osammo.

Appena l'indomani mi imprigionò il collegio e tu gli studi lontani.Non ti ho scordato Deborah ;

nel tempo placai la mia prima ferita,ma l'animo non sazio ti rivorrebbe accanto con tutta la tua grazia e il tuo sorriso.

Ti aspetto Deborah mia tenera amica di sogni bambini,ti aspetto!e sarà cosi finchè l'argento si poserà sui miei capelli e finchè non avrò certezza che tu mi hai dimenticato. Mia dolcissima amica vieni non tardare! Il tuo amico Marco ti attende per stringerti in un a bbraccio di vera amicizia

FedoraMoriconi

Storia di amicizia

Mario, giovane cinquantenne, lavora come geometra a Forte dei Marmi. Un giorno si presenta nel suo ufficio un signore anziano di nome Corrado che gli comunica di avere un problema con il confinante. Mario si prende a cuore la situazione e con professionalità riesce a mettere tutto a posto. Corrado rimane colpito per il buon esito, inoltre, al momento di pagare, Mario comunica di non voler niente. Col passare del tempo si crea una solida amicizia, addirittura si trovano spesso a cena con le rispettive famiglie e passano assieme l'ultimo dell'anno. Purtroppo l'attuale crisi che sta devastando il paese peggiora e Mario è sempre più preoccupato. Ne parla anche con Corrado che, come un fratello maggiore, lo incoraggia a non mollare, lo abbraccia e gli dice: "Non ti preoccupare, vedrai che tutto si sistemerà". Un giorno Mario riceve una visita, è un avvocato che gli da una brutta notizia: il Sig. Corrado è morto, si è ammalato gravemente e non c'è stato niente da fare. Mario a stento riesce a trattenere le lacrime. "Sig. Mario", riprende l'avvocato, "Corrado le ha lasciato una casa a Lucca oltre a 200.000 euro. Il mattino dopo Mario carica moglie e figlio e via a visitare il bene. Giunti a Lucca, percorrono un bellissimo viale alberato e dopo aver superato alcune dolci curve, si trovano di fronte ad un enorme cancello in metallo sorretto da altrettanti enormi pilastri. La tensione sale quando all'interno compare una splendida villa del 700. Mario e famiglia ora vivono li, all'ingresso della villa è in bella vista una foto gigante che ritrae Mario e Corrado sorridenti, una vera storia di amicizia che dimostra che in questo triste mondo i sogni possono diventare certezze, soprattutto se si ha bontà d'animo, una bella dose di umiltà ed un grande cuore.

Eugenio Spoto

Un’amiciza bestiale

Il giorno in cui ci siamo incontrati per la prima volta somigliava alla scena di un film gotico: pioveva, era freddo, e il bosco sembrava inghiottirci fra i suoi maestosi pini. Noi due ci conoscevamo già, frequentavamo lo stesso ambiente da anni ed eravamo usciti spesso insieme per un giro, ma forse eravamo già stati delusi troppe volte da coloro che una volta si proclamavano i nostri migliori amici, e non avevamo mai iniziato un vero rapporto d'amicizia. Nessuno aveva mai capito perché non riuscissimo a trovare un fedele compagno di giochi, eppure ci avevamo provato più volte entrambi, e con così tanta tenacia..nemmeno gli altri si avvicinavano a te, dicevano che eri cattivo, inavvicinabile. Io ero anziana, e sapevo benissimo che non avrei più trovato un vero amico, e tu molto malato, sulla via dell'inserobaile tramonto. Per sbaglio ci misero nella stessa gabbia e da quel momento nacque la nostra amicizia, fatta di condivisione della stessa ciotola, di corse nei prati e di abbracci nei nevosi pomeriggio d'inverno. Il giorno che ti sei addormentato per sempre i volontari hanno gioito, perché sapevano quanto soffrivi, ma quando ho visto che ti portavano via, incredula e imprigionata ho abbaiato fino allo sfinimento, ma niente ho potuto.

Ora mi hanno trasferito da un'altra parte, cosicchè possa vedere il campo nel quale riposo, e il veterinario mi ha detto che presto ti raggiungerò. Nessun essere umano ci ha voluto; forse non eravamo perfetti? Forse per la tua aggressività, o per la zampetta che ho perso?

Ciò che è veramente importante è che noi, due pelosi spiriti liberi, ci siamo bastati a vicenda; chi se ne importa se nessun essere umano ci ha apprezzato? L'uomo, a volte, può rivelarsi una vera bestia.

Sara Petri

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Proteste

Sciopero della scuola e dei trasporti venerdì 16 ottobre: le fasce garantite e i motivi della protesta

di Redazione web