Il Tirreno

Livorno

Ora lo dico io: alleiamoci fra imprenditori livornesi

di Mauro Zucchelli
Ora lo dico io: alleiamoci fra imprenditori livornesi

Dal presidente della Compagnia fresco di riconferma una proposta in vista delle grandi manovre sulle banchine, a cominciare dalla Porto di Livorno 2000

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LIVORNO. «C'è una cosa che vorrei aggiungere. Bisognerebbe far nascere anche fra gli imprenditori livornesi una società-alleanza: a Genova hanno il Gip (Gruppo investimenti portuali), potrebbe essere qualcosa del genere». Intervista finita, cordiali saluti: ma nel momento il cui il cronista sta per chiudere il taccuino Enzo Raugei, presidente confermato al timone della Compagnia portuale, tira in porta il pallone al 93'. Proprio per questo è difficile credere che sia semplice ritualismo da dichiarazionificio. Oltretutto quest'idea – rincara – la lancia «in vista di tutto quel che si muoverà in porto, a cominciare da alcune privatizzazioni». Sta parlando della Porto di Livorno 2000? «Anche».

La rincorsa, in realtà, era partita dall'esito del voto in Compagnia: la crisi picchia così duro che in altre situazioni le urne hanno impallinato chi è al vertice. Fra i portuali no: i tre eletti sono tutti e tre esponenti del consiglio uscente. «Fra i lavoratori – dice Raugei – ha prevalso il senso di responsabilità e la continuità è stata vista come garanzia».

Ma altrove è stata vista invece come qualcosa dal quale affrancarsi in nome di un bisogno di svolta…

«Il precedente consiglio non era stato con le mani in mano: avevamo dato forti segnali di cambiamento. Con sacrifici, sia chiaro: una cura difficile ma per ricominciare a crescere».

Tutti e tre i membri del nuovo vertice figuravano già nel vecchio consiglio: non è un riflesso di conservatorismo o quantomeno di conservazione? Soprattutto un guardare all'indietro a quel che la Compagnia era…

«Può darsi che anche questa componente ci sia. Non penso si debba negare che la Compagnia è stata un punto di riferimento sotto il profilo non solo lavoristico ma anche sociale per la città. Non fate però questo sbaglio: c'è sì quel che siamo stati ma c'è anche il piano di risanamento, duro, e l’abbiamo proposto noi prima di andare al voto per costruire una prospettiva».

Rifondazione dice che era in gioco l'idea dei lavoratori che si fanno impresa cooperativa, l'identikit dell'autogestione, immaginando di riportare i portuali nell'alveo della mera prestazione di braccia…

«In ciascun porto i portuali si sono trasformati seguendo differenti percorsi e modalità: noi abbiamo puntato a strutturarci in impresa perché abbiamo ritenuto importante cercare un nuovo protagonismo cercando di mantenere il controllo del processo. Non c'è un modello vincente: le difficoltà colpiscono le Compagnie che hanno scelto di essere braccia come quelle che, al pari di noi, hanno puntato a fare impresa».

Avete un identikit anfibio: un po' articolo 18 (concessionari di banchine) e un po' articolo 16 (che prestano servizi alle società in cui siete soci), con tutti i problemi del caso…

«Dovremo puntare al consolidamento di noi come impresa articolo 18 e da lì rilanciare».

E' da tempo che le attività più direttamente portuali della Compagnia mostravano un conto economico zoppicante nello squilibrio fra costi e ricavi: puntellati finché è stato possibile con le operazioni straordinarie, cioè vendendo questo o quello. Cambierà questo modello?

«Nel complesso del passato ci saranno pure state operazioni di questo tipo. Non sono state solo dismissioni di patrimonio ma anche forme di creatività finanziaria che ha permesso di valorizzarlo facendolo crescere da valore storico a valori di mercato. Non è però questo il modello di sviluppo al quale ci affideremo: anche perché il nuovo piano industriale prevede di riportare in equilibrio il conto economico nel 2014».

State vendendo il Faldo: a che punto è la trattativa? Non avrete per caso la tentazione di utilizzare quel (tanto) che ne ricaverete per allentare i vincoli stringenti del risanamento e allontanare l'amaro calice? Come se la nottata fosse passata e invece sarebbe solo rinviata…

«Lo stato dell'arte è questo: c'è una trattativa avanzata con due soggetti differenti, in concorrenza l'uno contro l'altro. Spero che nel giro di 15-20 giorni si possa arrivare a una conclusione: per scaramanzia non aggiungo altro…».

No, invece qualcosa deve aggiungere: ammesso che si arrivi alla vendita, deve chiarire a cosa servirà questa montagna di soldi. Non è un dettaglio, è forse il cuore della questione.

«Non fermerà il nostro processo di riorganizzazione e di contenimento dei costi così come l'investimento in beni strumentali per costruire il futuro. Aggiungerei una cosa che mi gira in testa…».

Cosa?

«Il riacquisto del 20% del terminal Tdt».

I contenitori sono un settore ad alta intensità di capitali. Non potrebbe essere il caso di guardare con maggior interesse a attività invece ad alta intensità di lavoro come le "autostrade del mare"? E' la prima tipologia di traffico per il nostro porto e Livorno è lo scalo numero uno in Italia in questo campo.

«Il traffico ro/ro è destinato a crescere: non necessita di grandi infrastrutture portuali, i camion imbarcati arrivano a destinazione in luoghi capillarmente distribuiti, è agevole la movimentazione. Giusto prestare attenzione, anche se i container sono a più alto valore aggiunto».

Di fronte alla proposta della cordata livornese avete risposto picche, ma lei nell'audizione in Provincia precisò che non c'erano preclusioni: il vostro no era perché le condizioni erano tali, disse lei, che "avremmo consegnato ad altri le chiavi di casa nostra"…

«Lo dice la nostra storia che siamo disponibili ad allearci con altri imprenditori privati. Quella volta abbiamo detto no perché non c'era pari dignità. Mai stati chiusi a accordi, lo ripeto: e questo vale tanto per operatori livornesi che per investitori provenienti da fuori. Anzi, proprio in queste ore ho avuto attestazione di stima da un primario imprenditore livornese. E' il segno di un clima e di una attenzione. Aggiungo: di fronte a una concorrenzialità sfrenata fra noi, l'unico che ci guadagna è quello che arriva da fuori».

Lei e i due candidati Pd, l'un contro l'altro armati, dovrete convivere nel nuovo vertice. A che temperatura sono i suoi rapporti con il suo partito che in Compagnia le ha fatto la guerra?

«Dovrà essere una evoluzione: ad esempio, rispetto al fatto che un partito invece di limitarsi a indicare una prospettiva o un programma, indichi nomi e cognomi. Ma io non mi sono candidato "contro" il mio partito e, al di là delle contrapposizioni nel momento del voto, neanche loro hanno fatto la guerra "contro" di me come persona. Questo gruppo di giovani dirigenti forse ha visto nell'età anagrafica un segnale di rinnovamento: io penso che l'età sia importante ma i contenuti lo siano un po' di più. Comunque, per me è una polemica chiusa. C'è qualcosa di più importante: salvare la Compagnia, i lavoratori ci hanno eletto per quello».

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