Sicurezza
Oltre i tornelli una città in bermuda e pareo
Livorno, Bagni Fiume e Pancaldi: il mare a misura labronica e il “trasloco” di un po’ di casa nella cabina
Il sole rovente è quello del mediterraneo, il rispetto delle regole teutonico, la densità umana paragonabile a quella della metropolitana di Tokyo. E alla metropolitana fanno pensare, da quest'anno, anche i tornelli contapersone che regolano l'accesso agli storici Bagni Pancaldi, appena di lato alla Terrazza Mascagni.
Il mare di Livorno è proprio un mix globale, e lo è da molto prima della globalizzazione.
È un mare tutto inventato, costruito pezzo per pezzo laddove la natura non ha previsto spiagge vellutate e insenature accoglienti. E costruito in grande anticipo sui tempi. Perché quando a Livorno nell'800 si sviluppavano gli stabilimenti storici con vasche, ponti e palafitte, di certo nessuno alle Canarie ancora pensava di addomesticare l'oceano con lagune artificiali di piscine e palmizi.
Ma quel mare, originariamente inventato a Livorno per un'élite di ospiti esigenti, da decenni non prevede più la figura del turista. Questo non è proprio il mare di chi vuole lasciarsi alle spalle la città. È studiato per i livornesi che Livorno non la vogliono abbandonare. Mai. Neppure nei torridi giorni di Minosse e Caronte.
Oltre i nuovi tornelli o l'inflessibile check point della direzione si apre infatti una replica balneare, ma del tutto fedele, della città. Il viale principale, ombreggiato da tende o da palme, assolve la funzione di arteria dello struscio, come Via Grande, o di salotto buono, come Viale Italia. Le rotonde o i solarium sono le piazze, e nei due metri quadri della cabina non ci sono solo costumi e materassini, ma viene trasferito, con una gestione dello spazio quasi nipponica, un riassunto essenziale e significativo della casa. Perché d'estate molte famiglie livornesi si trasferiscono di fatto nelle loro cabine ai Bagni della città. A giudicare dall'affollamento anche in questo sabato frustato dal libeccio, neanche la crisi li ha scoraggiati, quasi che la tariffa di una stagione non fosse un lusso ma una tassa di proprietà sulla casa al mare (che l'imposta vera, con l'arrivo dell'IMU, ormai rischia di eguagliare anche nell'importo).
La differenza è che in questa città in miniatura si circola tutti in bermuda, pareo e infradito. E che per certi versi questa replica balneare della città risulta più ordinata e razionale della città vera. Le spiaggette di sabbia, per esempio, sono rigorosamente riservate ai bambini, perché sul molo di cemento armato le formine e i castelli non vengono affatto bene, a meno di non dotare il nostro piccolo di un martello pneumatico. Ai primi baci dell'adolescenza erano invece riservati un gruppo di scogli a metà strada fra i Bagni Acquaviva e piazza San Jacopo. Secondo una leggenda cittadina, se la ragazzina del cuore accettava quella nuotata di cinquanta metri scarsi era praticamente quasi fatta. E la pietra scura dilavata dalle onde conserva ancora cuori, nomi e date.
Le consuetudini non scritte sono rispettate quanto quelle affisse ai muri. Una di queste riguarda le partite nel gabbione, l'elemento che accomuna tutti i bagni cittadini di Livorno, dai Fiume ai Pancaldi. Nato come recinzione per giocare senza sventagliare di pallonate le signore stese al sole a pochi metri di distanza, è stato poi adottato da allenatori famosi come Sacchi e Maifredi quando nel calcio vigevano parole d'ordine come "intensità" e "aggredire gli spazi". Ideata da Armando Picchi (nipote dei proprietari dei Bagni Fiume) che, narra la leggenda, giocava a piedi nudi sul cemento arroventato, chiudendo le caviglie dell'avversario contro il cordolo di legno della rete, la gabbionata ha assunto con il tempo connotazioni più consone al rispetto dei diritti umani. Oggi c'è l'erba sintetica e si gioca con le scarpe, ma l'orario più prestigioso rimane quello, micidiale, con il sole allo zenith. Fino alle undici giocano i ragazzi e i novellini, ma la sfida del mezzogiorno di fuoco è per gli uomini veri, i professionisti, dai venti ai cinquant'anni. È sempre stato così, non c'è neanche bisogno di tabelloni con orari e prenotazioni. Per due tempi da venti minuti la palla schizza e rimbalza come in un flipper, senza uscire mai. Prima che arrivi settembre, almeno due o tre chiamate al 118 per infarto al miocardio sono un'altra delle regole non scritte, ma inderogabili.
Dopo il gabbione c'è il tuffo ristoratore e poi si reintegrano i sali: melanzane alla parmigiana, insalata di riso, polpo lesso. Ogni cabina ha il diritto a mettere fuori il proprio tavolino pieghevole, per cui alcuni controviali assumono la prospettiva tipica di antiche feste dell'Unità. Ognuno con la sua borsa frigo e le sue vaschette portate da casa, ma tutti insieme, gomito a gomito. Si narra che non molti anni addietro, in qualche stabilimento alcuni si fossero dotati persino di cucine economiche con la bombola del gas, e che un sistema collaudato di segnalazioni in codice permettesse ai bagnanti di farle sparire in pochi secondi, nel caso di ispezioni della Capitaneria o dell'USL.
Leggende, forse. Meno leggendario e più recente è quanto mi racconta un amico. «Abbiamo invitato Diamanti a una gabbionata, e non ci sono stati versi: ha dovuto pagare il biglietto». Cinque euro per l'ingresso base, e da lì in poi le tariffe sono modulari a seconda che tu voglia uno stipetto, l'ombrellone, la cabina. Non siamo a Porto Cervo, dunque, nessun trattamento di favore, nemmeno per chi ha onorato la maglia amaranto e ha messo dentro l'ultimo rigore con l'Inghilterra. E anche gli affittuari storici degli ombrelloni "in punta", quelli in cui sembra di stare sul ponte di una nave, si stendono a mezzo metro di distanza dal lettino dei vicini, come tutti gli altri. Se allora uno ama un po' più di tranquillità, può uscire dalla città e scendere a sud, verso gli Scogli Piatti, il Boccale e Calafuria. È da queste parti che si tuffa davvero nel mare Valerio Mastandrea nella scena finale de "La prima cosa bella" di Paolo Virzì. Chiudendo un film che, non a caso, si è aperto proprio ai Pancaldi e abbracciando la storia fra i due mari di Livorno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
