Il Tirreno

Livorno

Fra le suore di clausura l’addio a Guantini

di Mauro Zucchelli

L’aveva scelto lui, ex dirigente prima del Pci e poi del Pds-Ds L’omelia con le parole del suo testamento di uomo di fronte a Dio

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LIVORNO. Un ex dirigente comunista di primissimo piano che dà l'addio ai suoi e al mondo in mezzo al salmodiare quasi gregoriano di un monastero di suore carmelitane di clausura. Potrebbe bastare questo a lasciar immaginare qualcosa di inconsueto - anzi, proprio di speciale, fuori da ogni sentiero già battuto - nel funerale che è stato l'ultimo abbraccio a Massimo Guantini, morto a 63 anni venerdì per via di un tumore che ha sconfitto la carne ma non quella verve ironica e mite con cui sapeva stupire l'interlocutore.

Il luogo dell'appuntamento l'aveva scelto lui parlandone in famiglia: nel convento fra Antignano e Montenero non era mai stato celebrato il funerale di un "esterno". Ma il Professore - così lo chiamavano le monache - è "uno di casa e lo accogliamo volentieri", hanno fatto sapere per dar conto dello strappo alla regola.

Sia chiaro, non è stato il capriccio intellettuale di una location suggestiva con il mare che si squaderna lì davanti. Suggestiva e inedita. Anzi, ineditissima: soprattutto se parliamo di un dirigente politico che ha nel curriculum un lungo impegno nel Pci di Cecina dov'era andato da giovane a lavorare, il ritorno a Livorno con la responsabilità al vertice del Pds-Ds (segretario cittadino e capogruppo in Comune), gli incarichi da assessore (in Provincia dall'85 con delega all'ambiente nella giunta di Fabio Baldassarri e, vent'anni più tardi, in Comune com la responsabilità della cultura nella prima squadra di Cosimi).

Lo stile di Massimo Guantini si è visto anche in questo che non è stato un colpo di teatro: semplicemente, perfino con il respiro ormai fermo ha sbaraccato steccati e recinti. Come gli piaceva fare quando, in una discussione politica o anche litigando fra amici, alla fine tirava fuori quel guizzo d'ironia che non era il modo per infilzare l'altro ma semmai per costringersi tutti quanti a prendersi un po' meno sul serio, senza tanta prosopopea.

C’è uno strappo ancora più marcato che l’ex assessore ha compiuto: e l’ha fatto ieri, da dentro quella cassa. La predica non l’ha fatta don Paolo Razzauti: sì, la voce era quella del presule ma non ha fatto altro che dare fiato all’ultima “lectio magistralis” che ilProfessore ha fatto. L’ultima, dopo quelle alla Gaia Scienza sui grandi testi classici e sui vangeli, compresi quelli apocrifi. Una “lezione” lasciata in una serie di meditazioni nel corso dell’ultimo anno: una “traversata del deserto” attraverso la malattia che può stenderti al tappeto e che, senza sconti bensì con il coraggio della mitezza, ha affrontato a viso aperto.

Ad esempio, con un frammento del 31 luglio 2011: «Sono legato alla vita come un corallo al fondo del mare, per consuetudine e pigrizia. Vorrei l'incoscienza, una forte fede, un sonno appagante. Sono un tonno che si dibatte nella rete. Vivo la condizione di tanta povera umanità. Forse non sono mai stato uomo come in questo momento».

Fuori dal ritualismo anche l’intervento del sindaco Alessandro Cosimi, visibilmente commosso: ha ricordato che «Massimo è stato un riferimento importante in un momento difficile della mia vita personale». E, all’«amico che per me era un fratello», ha dedicato un brano attribuito a Sant’Agostino: «La morte non è niente. Sono solamente passato dall'altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto». E poi: «Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme».

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