Il Tirreno

Livorno

Il Pinocchio livornese fa sognare i bimbi

di M. Antonietta Schiavina
Il Pinocchio livornese fa sognare i bimbi

Due premi di fila dalla Fondazione Goldoni per l’interpretazione delle fiabe di Rodari

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LIVORNO. Spiega di essere cattolico praticante, "stile salesiano", è un ragioniere mancato, e fa l'operatore sanitario presso una casa di cura per anziani, dove lavora per conto della cooperativa Quadrifoglio. Gira in bicicletta perché non può permettersi ancora di mantenere un motorino o un'auto e ha una grande passione per il teatro. Marco Mazzi, 28 anni, padre portuale in pensione e madre operatrice sanitaria (i genitori sono separati ma vivono un rapporto post matrimonio all'insegna dell'assoluta civiltà), è livornese da più generazioni (« solo il nonno paterno è dell'isola d'Elba») ed è già zio «di una splendida bimba di tre anni» avuta dalla sorella, maggiore di lui di sei anni. Spiega che durante il servizio di volontariato presso l'istituto di suore Santo Spirito, dove ha iniziato un suo percorso di animatore, ha frequentato anche dei corsi di teatro, gestiti da Paola Martelli, incaricata dalla Cgs, associazione gestita dalle suore e che proprio quei corsi gli hanno aperto la strada per il teatro.

«Poi è nato presso il Goldoni il "Laboratorio compagnia" - racconta - ho fatto il provino per parteciparvi e, per tre anni, dal 2006 al 2009, ho continuato a recitare, non tralasciando però il mio compito di animatore, completando gli studi di ragioneria e continuando contemporaneamente il servizio civile presso il Santo Spirito, dove mi sono occupato anche della gestione di spettacoli e di regia».

Una volta terminata la scuola del Goldoni cosa è successo?

«Ho continuato a studiare recitazione, frequentando altri corsi, per formare l'aspetto attoriale della mia persona, arrivando a cavallo fra il 2011 e il 2012, periodo in cui si è costituita, grazie alla Fondazione Teatro Goldoni" La compagnia del Cerchio", formata da un gruppo di pionieri del Laboratorio, rimasti con l'intento di portare avanti un discorso di crescita e di proporre spettacoli».

Da chi è formata oggi la compagnia?

«Da cinque persone, più altri associati che collaborano con noi».

Più uomini o più donne?

«Più donne come sempre, gli uomini sono arrivati fino a un massimo di sei, per poi andare pian piano a scemare».

Quest'anno ha ricevuto dalla Fondazione ben due premi.

«Inaspettati e per me molto importanti: la borsa di studio "Anna Ciucci, la signora del teatro", per aver partecipato con dedizione alle attività e il 1° premio Speciale Pinocchio "per l'impegno e la passione dedicata in qualità di attore nel Teatro Bambino, alla cura della fantasia dei più piccoli per un mondo migliore"».

Che ruolo ha avuto nel Teatro Bambino?

«Ho raccontato e interpretato, sempre sotto la guida di Paola Martelli, le fiabe rielaborate di Gianni Rodari. Quest'anno poi è nato il nuovo progetto su Pinocchio, in cui io ho interpretato il burattino di legno di Collodi, un personaggio che, per alcune caratteristiche, sento particolarmente vicino a me».

Nel senso che si considera un monellaccio come lui?

«Più che altro gli rassomiglio nell'allegria e nel modo di comunicare, anche se cerco di essere sempre propositivo, specialmente davanti ai bambini, perché se la parte attoriale in me è ben presente, lo è ancor di più l'aspetto di animatore».

E’ figlio di separati che però vivono il loro "distacco" in maniera civile. La rottura della famiglia ha turbato il suo percorso di crescita?

«Non credo. Prima della separazione il nostro era un nucleo molto unito, abbiamo viaggiato parecchio tutti insieme e sia mamma che babbo mi hanno dato dei valori importanti. Quando si sono separati avevo sette anni e ho vissuto quel periodo come tutti i bambini che vedono i genitori litigare, con la sicurezza però - grazie alla loro intelligenza - che avrebbero continuato a essere bravi genitori, come poi è stato… Mi è stato utile anche avere accanto una sorella maggiore e dei nonni particolarmente attenti, che non mi hanno fatto sentire mai solo».

A scuola come andava?

«Bene, pur se con alti e bassi, cercando di essere impegnato e di riconoscere i valori dello studio come una base importante della vita».

Ha coltivato il rapporto con i suoi amici d'infanzia o crescendo lo ha perduto?

«Con quelli delle elementari no, ma con i compagni delle medie e delle superiori sono sempre in contatto, e oggi faccio parte di due gruppi, che peraltro si conoscono e, qualche volta, si frequentano: quello della scuola e il gruppo del teatro».

Da chi hai ereditato la sua parte artistica?

«Dalla famiglia: mia sorella ha fatto danza, mio nonno paterno cantava nel coro e anche nonna amava la lirica, sono cresciuto con gente che ha saputo mettere insieme l'aspetto lavorativo con la cultura e l'arte, tanto che in casa si respirava un'aria particolare: perfino il nonno materno che faceva il calzolaio, metteva nel suo mestiere un grande spirito artistico».

La libertà di esprimersi perciò l'ha coltivata senza ostacoli?

«Al contrario, sono stato sempre incoraggiato… Già alle medie facevo l'animatore: laddove il teatro era un obiettivo per coinvolgere i bambini io coglievo l'invito con entusiasmo».

Da qualche tempo è zio?

«Da tre anni, di una bambina di nome Alice, a cui, quando mia sorella ha bisogno, faccio da zio sitter, cercando di tirar fuori l'aspetto di educatore e animatore che ho dentro. Un aspetto che ogni giorno nel mio lavoro, sfrutto anche con gli anziani, perché il mio ruolo di operatore sociale non si limita solo all'igiene della persona o alla prestazione concreta, ma anche a un sorriso, a una battuta, a tenere attive persone bisognose di affetto per sentirsi vive».

Con gli anziani che tipo di esperienza si è fatto?

«Un'esperienza che nel mio piccolo cerco di arricchire anche psicologicamente: ciò che sono nella vita di tutti i giorni continuo a esserlo quando entro nei loro spazi, dove spesso basta una sola frase detta in modo gentile per rendere felice chi l'ascolta».

Qual è l'aspetto che più l’ amareggia condividendo la quotidianità con la vecchiaia?

«Il fatto di sapere che tante persone sono davvero sole, che hanno l'unico scopo di tenere vivi i ricordi, cercando loro malgrado di vivere al meglio anche il presente, spesso non riuscendoci. Mi rendo conto di quanto la società d'oggi isola chi non produce più, anche se, fortunatamente, ci sono molte strutture che cercano di sopperire al vuoto della famiglia. Una famiglia che non sempre non riesce a occuparsi dell'anziano perché non vuole, ma è costretta dalla vita frenetica a delegare».

E’ fidanzato?

«Avevo una ragazza, ma da un mese sono single».

Chi è esattamente Marco Mazzi?

«Un ragazzo come tanti che non vuole seguire la massa, ma distinguersi, anche a rischio di andare controcorrente ed essere giudicato».

Parliamo dei giovani livornesi. Come li vede?

«Talvolta, ma non tutti per fortuna, senza uno scopo e questo mi amareggia, anche se credo che ciò accada dappertutto e non solo qui. Non mi piace l'omologazione che li contraddistingue, nel vestirsi, nell'atteggiarsi. Cosa che, da come mi raccontano i miei, prima non era: ognuno aveva la propria personalità e la poteva esprimere… Oggi c'è una Livorno che purtroppo non può offrire molte possibilità di lavoro ma restando passivi non si cambia».

Ha intenzione di andarsene un giorno?

«No. Qui ci sto bene e quando sono lontano dalla mia città mi manca. Però se proprio fossi costretto ad andarmene sceglierei Parigi, dove sono andato più volte e dove ho un amico che si occupa di teatro come me».

Cosa ama della sua città?

«Il mare, la Venezia, un quartiere sereno che sembra ancora d'altri tempi. Livorno in ogni caso mi piace tutta, ma vorrei che ci fossero più persone che la vivessero in pieno, che certi suoi quartieri non fossero abbandonati, come Via Pellegrini, per esempio, che da quanto mi viene raccontato era una zona signorile e ora è un quartiere degradato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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