Il Tirreno

Livorno

Addio a Massimo Guantini politico ironico e gentile

di Mauro Zucchelli
Addio a Massimo Guantini politico ironico e gentile

Ex assessore e presidente Spil, era stato negli anni ’90 uno dei leader del Pds Una personalità fuori dagli schemi. Il funerale domani nel monastero di clausura

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LIVORNO. Quando se ne va una persona come Massimo Guantini – con un passato di primo piano in politica (capogruppo in Comune e segretario cittadino del Pds) e nelle istituzioni (come assessore alle culture e come presidente Spil) – sembra giocoforza ritornare indietro a quel passato, talvolta anche lontano. Massimo no: forse proprio negli anni della fragilità più grande, quando si è trovato a dover reggere con coraggio il faccia a faccia con la malattia, è uscito dal recinto della “Livorno che conta” per tornare con la passione di uomo di cultura a spendere per le “cose che contano davvero” il tempo che rimaneva.

L'appuntamento di domani (ore 15) per l'ultimo saluto non è un rituale: l'ha voluto lui – ricorda la moglie Teresa De Lauretis – che il suo funerale si celebrasse al monastero di clausura delle suore carmelitane fra Antignano e Montenero, vicino all'inizio della strada di Monteburrone. Non era solo il luogo di meditazione a lui più caro: questa sottolineatura di un piccolo luogo di severa sobrietà e grande tensione etica è l'ultimo suo "messaggio in bottiglia", il più importante. Arriva, con la forza tranquilla e testarda dei miti, da quest'uomo, 63 anni da compiere a fine agosto, che non alzava la voce e semmai sostituiva alle urla l'arma pacata di uno stile ironico (così poco livornese perché per niente sguaiato, così tanto labronico perché capace di disarmare ogni prosopopea con una mezza battuta).

Già, perché forse proprio nell'ultimo periodo Guantini si è dedicato alle cose che, fuori da ogni bega politica, gli faceva scaldare il cuore e l'intelligenza: cercare nella cultura la radice per uscire dal buio di questo tunnel bigio che soffoca ogni speranza. E, già sotto l'assedio della malattia, nella sala Mascagni del teatro Goldoni aveva squadernato sotto gli occhi della città le riflessioni sui grandi classici e sui Vangeli. Questi ultimi, sia quelli ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa sia quelli apocrifi, letti e riletti non più solo con gli strumenti razionali dello studioso ma anche alla luce della fede riscoperta. Lo ricorda il suo amico don Paolo Razzauti nel post su Facebook con cui è stato dato l'annuncio della morte, avvenuta nell'abitazione nella notte nell'abitazione in zona piazza Magenta. Un post seguito da una pioggia di lacrime web: come nel cordoglio di Pardo Fornaciari, suo avversario politico dalle trincee della sinistra più radicale («mancherà a me un amico, a questa città un amministratore dei più onesti»). Oppure dei colleghi scacchisti come Alessandro Rizzacasa («una persona rettissima che ho apprezzato profondamente: disinteressato, attento, gentile, equilibrato»).

Eppure stiamo parlando di un ex potente: uno che evidentemente si era sentito soltanto in prestito alla politica perché a un certo punto ha semplicemente lasciato la ribalta della primissima fila ed è tornato in mezzo ai suoi libri. E non stiamo parlando di un dirigente di seconda fila nella sinistra livornese. All'interno del suo partito: nel Pds-Ds è stato il numero uno a livello cittadino alla metà degli novanta e poi, dal ’97, il capogruppo in consiglio comunale (mentre ora era nella direzione territoriale Pd). Nelle istituzioni: nel 1985 come assessore provinciale all’ambiente nella giunta di Fabio Baldassarri e, quasi vent’anni più tardi in Comune come assessore alle culture nella prima giunta Cosimi.

Nel frattempo era stato per una legislatura (dal ’99) alla guida della Spil, la società controllata dal Comune come braccio operativo sul fronte della reindustrializzazione. Non è l’unica presenza in enti pubblici nel corso della sua carriera: è stato nel consiglio del Polo scientifico-tecnologico, del comitato di indirizzo della Fondazione Goldoni e, fino all’ultimo, di Provincia Livorno Sviluppo.

Sposato, due figli (Ermanno e Patrizia), dirigente in Provincia dopo esserlo stato al Comune di Cecina, aveva insegnato latino e filosofia nei licei prima di diventare bibliotecario dell’Accademia navale. Si potrebbe aggiungere la conoscenza a memoria di un terzo della Divina Commedia, la continuazione di un testo di Vincenzo Monti scritto da lui in versi del Settecento, l’interesse per la storia bizantina e per la musica fra Brahms e il cool jazz: basta a far intravedere un identikit umano al di là del politico di mestiere.

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