Gioco
Si camuffa da gelataio in spiaggia, arrestato latitante
Ricercato dal 2009 per associazione per delinquere ai fini di spaccio, è considerato vicino al clan degli Adinolfi. Vendeva Sammontana sulle spiagge bianche, accerchiato dai carabinieri
Bandana in testa, bermuda e t-shirt, spinge il carretto dei gelati Sammontana tra la folla delle spiagge bianche a Vada. Un camuffamento quasi perfetto. Se non fosse per quel grosso tatuaggio tribale sulla gamba sinistra. Un segno particolare che non è sfuggito ai carabinieri, per l’occasione travestiti (anche loro) da turisti fiorentini in vacanza sul litorale livornese. È stato arrestato ieri pomeriggio in spiaggia Mauro D’Ambrosio, 37 anni di Casoria, da 3 anni ricercato dall’Arma, considerato vicino al clan degli Adinolfi in quanto «collaboratore attivo dei gruppi catanesi Scuderi e Giuffrida». Nei suoi confronti sono state eseguite un’ordinanza di custodia cautelare del 2010 del gip di Catania per associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti e un’esecuzione di pena per estorsione e traffico di droga della Corte di appello di Firenze del 2005, diventata definitiva in Cassazione nel 2009 (pena residua 4 anni). I carabinieri l’hanno fermato ieri alle 18, ma l’attività di indagine durava da una ventina di giorni con appostamenti e pedinamenti nella zona di Vada. I militari dell’Arma dapprima si sono spacciati per turisti appassionati di gelati. Poi hanno circondato D’Ambrosio formando una vera e propria rete umana. Il 37enne è stato accerchiato da una decina di carabinieri per evitare problemi e disordini, essendo la spiaggia affollata a quell’ora del pomeriggio. Tutto è durato pochi istanti anche se s’è comunque creata una folla di curiosi. Il ricercato non ha fatto storie e non ha detto nulla, accettando l’arresto. È stato quindi ammanettato e portato via. Ora è alle Sughere.
D’Ambrosio da qualche tempo era ospite della cognata a Rosignano, ma conosceva già la Toscana: nei primi anni 2000 aveva frequentato Pisa e Viareggio per “affari”: dalla sua attività di spaccio dell’epoca era partita la condanna del Tribunale di Pisa poi confermata dalla Corte di appello di Firenze. Secondo l’accusa del gip di Catania, spacciava a Napoli con lo zio (che di cognome fa Adinolfi) in un sodalizio misto tra gruppi malavitosi della Sicilia e della Campania.
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