Gioco
«Falsificò gli atti» Avvocato condannato a 2 anni
LIVORNO. Un 9 al posto di un 3 per allungare i tempi ed evitare la scadenza dei termini previsti dalla legge per presentare la richiesta di patteggiamento nei confronti del proprio cliente. È questa...
LIVORNO. Un 9 al posto di un 3 per allungare i tempi ed evitare la scadenza dei termini previsti dalla legge per presentare la richiesta di patteggiamento nei confronti del proprio cliente.
È questa l’accusa per la quale il giudice Carlo Cardi ha condannato a due anni (pena sospesa con la condizionale) l’avvocato Claudia Piva, 36 anni. Una decisione che arriva a meno di un mese da un’altra sentenza che ha visto uscire sconfitta il legale, in quel caso imputata per appropriazione indebita.
Ma le due indagini sono facce della stessa storia, collegate una all’altra a cominciare dai protagonisti. Lo stesso avvocato Piva, all’indomani della prima sentenza, disse di sentirsi dentro a una situazione kafkiana. E quello che si è consumato martedì pomeriggio, se si trattasse di un romanzo, sarebbe il prologo di uan storia amara.
Siamo all’inizio del 2010 quando Nicola Tanchis, implicato in un procedimento per droga, si rivolge allo studio dell’avvocato Piva per essere difeso. Cliente e legale pianificano la strategia difensiva e alla fine la decisione è quella di patteggiare.
Il 3 marzo 2010 – hanno accertato gli inquirenti coordinati dal pubblico ministero Gianfranco Petralia – l’ufficiale giudiziario avrebbe notificato al Tanchis la citazione per l’udienza preliminare. «Da quella data ci sono due settimane di tempo – recita la legge – per presentare istanza di patteggiamento».
È in questo lasso di tempo che sarebbe avvenuta la falsificazione. Secondo il pm sarebbe stato l’avvocato a trasformare il 3 in un 9 per far «risultare apparentemente tempestiva – si legge nel capo d’imputazione – l’istanza di patteggiamento che depositava nell’interesse del Tanchis, e a sua insaputa in data 24 marzo e con allegata la fotocopia della notifica». Un’attenzione, quella di allegare il documento, fatta «per non far sospettare il giudice».
La battaglia in aula è durata quasi due anni, tanto che lo scorso anno – spiega Felice Vivo, che ha difeso la collega – il giudice non se la sentì di emettere sentenza e chiese la collaborazione di un consulente. Gianpiero Grosselle, nella sua relazione ha confermato che a taroccare il documento sarebbe stato il legale, mentre il consulente di parte ha sempre sostenuto il contrario.
Da questa prima indagine è nata anche la costola che si è conclusa il mese scorso nella quale l’avvocato Piva era imputato per aver trattenuto nel suo ufficio i documenti dello stesso Tanchis. «Faremo appello per entrambe le sentenze», conclude Vivo. Mentre l’ordine degli avvocati ha già aperto un fascicolo e a breve potrebbe arrivare anche una decisione. (f.l.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google