Gioco
Una vita segnata, ci aveva già provato
Disoccupato, sfrattato e divorziato: operaio senza più speranze, non ha retto il peso dei fallimenti
LIVORNO. La venticinquesima ora per Luciano scocca ieri notte. È buio mentre lui, operaio 50enne senza più lavoro, cammina lungo i ciottoli dei binari, a pochi passi dal passaggio al livello di via Provinciale Pisana. Traballa mentre stringe nelle mani un cartoccio di vino. Un vecchio sistema per farsi coraggio. È un film già visto: poco più di un mese fa, il 4 giugno, aveva già recitato lo stesso copione. Si era sdraiato su un binario di scambio, allo stesso passaggio al livello, il vino accanto. E aveva aspettato un treno mai giunto. Gli unici ad arrivare erano stati i soccorritori del 118 e gli agenti della polfer che l’avevano messo in salvo.
È buio alle Sorgenti quando l’uomo forse ripensa a quel fallimento, l’ennesimo della sua vita. Divorziato, disoccupato, sfrattato. Sembra un déjà vu. Ma non è così. Non è un sogno. E non è la 25esima ora. Sono le 5.30 ed è tutto vero. Il suo corpo, disteso sul binario - stavolta quello giusto, direzione sud - viene travolto e distrutto nel lampo di una ventata nera. Un treno fantasma che se lo porta via, negli abissi nella notte. Un macchinista vede una sagoma nella penombra. Ma non può farci nulla. “La locomotiva ha la strada segnata”, come canta De Gregori in Bufalo Bill. E non è escluso che il macchinista del regionale Pisa Grosseto abbia visto il corpo già privo di vita. La polfer sta indagando per risalire al convoglio che il destino ha riservato a Luciano.
Una strada segnata la sua, proprio come quella della locomotiva. Da gennaio non aveva più un mestiere, uno stipendio, e neppure la speranza. Era un muratore specializzato, ma la sua ditta era in crisi. E il licenziamento ha segnato la prima tacca nel suo iter della disillusione. Originario del Nord ma da anni a Livorno, per qualche mese sopravvive con gli ultimi risparmi che gli sono rimasti per pagare l’affitto e contribuire alle spese di famiglia: ha un figlio grande e i soldi servono sempre. Poi fine maggio, il colpo di grazia: il padrone della casa dove vive, che è anche il suo ex datore di lavoro, gli dà l’aut aut: o paghi l’affitto o te ne vai. Non c’è niente di peggio che perdere il punto di riferimento di quelle quattro mura che, dalle regge alle stalle, sono un rifugio per tutti. È allora che dentro di lui si insinua il tarlo del “la faccio finita”. A giugno, ore 21, ci prova. Ma ingenuamente o forse apposta, avverte gli amici del bar. Sono loro a salvarlo dando l’allarme. Stavolta, non chiama nessuno e sceglie le tenebre per farsi assecondare. (l.l.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google