Il Tirreno

Livorno

«Sarò la stessa maestra che ero da uomo»

di Giulio Corsi
«Sarò la stessa maestra che ero da uomo»

Fabio Franchini: so che da precaria rischio il posto ma per me è una rinascita Volevo operarmi dodici anni fa ma i miei genitori mi chiesero di fermarmi

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LIVORNO. C’era una volta, in via Fiorenza, un bambino che amava pettinare le bambole. Ne aveva collezionate 44. Le teneva sedute, in una stanza vuota, una accanto all’altra, appoggiate al muro. E quando nel pomeriggio i suoi compagni correvano a giocare a pallone, lui preferiva stare con le sue amichette di pezza, di porcellana o di gomma, e lisciare loro i capelli. Un giorno suo padre gliele buttò via. Lui rientrò da scuola e non ne trovò più neanche una. Fu un dolore grandissimo ma non servì a cambiarlo dentro, a dargli nuovi occhi, a fargli cambiare giochi e amare i soldatini, il pallone, il meccano.

Fabio Franchini oggi ha 46 anni. E per 46 anni ha pianto. Dentro si sentiva donna. Fuori era uomo. Dentro sognava l’abbraccio di un ragazzo, fuori era costretto a stare lontano dai ragazzi per paura di essere scrutato, additato, insultato. Si chiama disforia di genere, l’identificazione di una persona nel sesso opposto di quello biologico. «Quando nasci diverso non ci sono traumi che possono cambiarti e non ci sono cure. Quando nasci femmina in un corpo da uomo, la tua vita diventa difficile. Mi è capitato di vedere in questi anni di insegnante elementare alcuni bambini diversi. Dentro di me li ho guardati con tanto affetto: auguri, ho pensato, la vostra vita sarà dura».

Non bastò a Fabio Franchini veder sparire nel cassonetto 44 bambole. Perché al posto delle sue Cenerentole a ridargli il sorriso arrivò un paio di pattini. «Li indossai per la prima volta sulla pista della Rosa e da allora li ho tenuti ai piedi per oltre trent’anni», ricorda. «Il pattinaggio mi aiutò a trovare un mondo tutto mio. Stavo con le bambine, mi sentivo come loro». Arrivarono le prime vittorie, i complimenti, società prestigiose, gli articoli di giornale, i campionati italiani giovanili. «Fu una fortuna, alle medie ero in una classe terribile, tutti bocciati, i ragazzi mi guardavano storto. Ma il mio successo nello sport mi procurò una sorta di rispetto».

Parla con la voce acuta ma ancora mascolina Franchini, sul terrazzino della sua casa di Antignano, di fronte al mare increspato dal maestrale. Una maglia coloratissima, i pantaloncini corti, un paio di infradito nere e le unghie tinte di rosa. Accanto a lui c’è il suo cane Sara e poi Camilla, trans brasiliano che vive in Italia da anni. «E’ una mia amica, mi sta sostenendo tanto in questo percorso difficile di passaggio da uomo a donna. Non vedo l’ora di diventare Greta, ma la strada è lunga e tortuosa».

La casa è un museo di ricordi e di sogni. Ci sono bambole e peluche, «tutti quelli che mi sono stati tolti da piccola». C’è il poster di Cannavaro in costume da bagno e il calendario con gli atleti del Rugby Livorno a torso nudo. C’è la sua vita passata e la sua vita futura. Il Fabio pattinatore immortalato in piroette, spaccate e ruote, il Fabio maestro con i suoi alunni, alle Benci e alle Thouar, il Fabio campione raccontato dai titoli di giornale e dalle coppe. E c’è la Greta di oggi, giorno dopo giorno un po’ più donna, ma ancora in divenire. «Non rinnego niente della mia vita passata», dice. Poi sbuffa: «Certo che se avessi avuto le palle a quest’ora... sarei già lei. Ma 12 anni fa i miei genitori mi chiesero di non farlo e io gli detti ascolto. Ma ho sofferto tanto e due anni fa ho deciso di svoltare. Un anno e mezzo di ormoni ti cambiano la vita. Ti guardi allo specchio e speri che stavolta in strada, al bar, al supermercato ti trattino da donna e invece ti ritrovi che usano il maschile e allora torni a casa e sei distrutta. Questo percorso è una sfida con se stessi, con la propria autostima. Un giorno ti senti Valeria Marini, un giorno Tina Pica».

Il giudizio degli altri per Fabio-Greta Franchini è fondamentale. O forse lo era fino ad oggi. Ora la scelta di raccontare pubblicamente la sua storia cambia le carte in tavola, rischia di procurargli condanne morali e tante parole, anche di creargli problemi sul lavoro. «Il diverso fa paura, il mio lavoro è particolare, sono a contatto con i bambini, ma io ho sempre lavorato con grande attenzione, affetto, sensibilità. Da donna sarò la stessa maestra che ero da uomo, cambieranno i miei vestiti, cambierà il mio nome, ma non la mia attenzione. Conservo lettere bellissime di mamme e di babbi ricevute in questi anni. Ci sono persone che dopo aver cambiato sesso hanno perso il lavoro. Forse nel pubblico non potrebbe accadere ma visto che non sono di ruolo, magari potrebbero non riassegnarmi una cattedra. E’ un rischio, ma in questi 46 anni ho capito di avere il diritto di essere quello che mi sento: donna. Per me sarà una rinascita. Il cretino che riderà o mi darà del finocchio o del frocio ci sarà sempre, ma che rida pure. L’importante è che io non sia e non mi senta in difetto».

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