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«Il defibrillatore poteva salvare Mario»
L’autopsia su Morosini: fatale una malattia genetica e difficile da vedere. Ma un noto cardiologo rilancia i dubbi sui soccorsi
LIVORNO. Una malattia genetica difficile da diagnosticare e implacabile; e però per quanto insidiosa e letale (ma non così rara, ha già fatto diverse vittime anche fra gli atleti) possa essere, un intervento tempestivo col defibrillatore avrebbe potuto essere importante, e forse salvargli la vita.
È stata la cardiomiopatia aritmiogena a stroncare la vita di Piermario Morosini: lo dice la perizia chiesta dalla Procura di Pescara e stilata da Cristian D’Ovidio, medico legale all’Università di Chieti: si tratta di una malattia di probabile origine genetica che produce aritmie ventricolari e quindi arresto cardiaco. L’autopsia e le successive analisi genetiche hanno così chiarito l’origine di quella cicatrice visibile sul cuore del 26enne centrocampista amaranto e che in un primo tempo aveva fatto pensare ad una miocardite. Un segno sul muscolo, anche recente, un problema superato senza che nessuno se ne fosse accorto. Poi un altro attacco, quello fatale, sul prato dello Stadio Adriatico.
Secondo quanto si è potuto sapere nelle 250 pagine della relazione, gli effetti della malformazione erano in fase iniziale. E lo conferma anche il perito della famiglia Morosini, la dottoressa Cristina Basso: «Sì, mi risulta che la malattia fosse agli inizi del suo percorso - spiega - e il ragazzo poi non aveva dato nessun segnale di malattia, quindi la responsabilità della sua morte non credo sia di chi lo ha avuto in carico sanitario per anni. Resta però il fatto che l’uso del defibrillatore avrebbe dato qualche chance in più di salvezza a Piermario».Tesi, questa, condivisa anche da Francesco Fedele, noto cardiologo dell’Università La Sapienza e presidente della Fondazione italiana cuore: Fedele afferma anche che sarebbe più che auspicabile una risonanza su tutti gli atleti per prevenire questa malattia, e a maggior ragione in quelli come Morosini che avevano precedenti di cardiopatie in famiglia.
Con i risultati dell'autopsia si aggiunge un elemento fondamentale per l'inchiesta della procura di Pescara: il reato ipotizzato è quello di omicidio colposo ma ora sarà necessario verificare se effettivamente ci siano dei responsabili.
Il dramma di Piermario Morosini si consumò nel livido e piovoso sabato pomeriggio del 14 aprile allo stadio “Adriatico”, alla mezz’ora del primo tempo di Pescara-Livorno. Dopo il malore entrano in campo i componenti la panchina del Pescara e il medico sociale amaranto Manlio Porcellini, successivamente il dottor Paloscia che è il direttore di Unità coronarica all’ospedale abruzzese. Mentre l’ambulanza non arriva ostacolata da una macchina dei vigili urbani, al “Moro” viene praticato il massaggio cardiaco, per favorire la respirazione viene utilizzata anche la cannula di Guedel; Morosini però non viene mai defibrillato sul terreno di gioco.
Questa operazione - secondo quanto affermato da Paloscia - viene effettuata al pronto soccorso dove al centrocampista viene impiantato un pace-maker provvisorio e iniettata una massiccia dose di adrenalina. I tentativi di rianimazione si susseguono per un'ora e un quarto. Alle 16 e 45 Piermario viene dichiarato morto. «Quando sono arrivato in campo la situazione era disperata. Il ragazzo non ha mai dato un cenno di vita, non c'è stato un battito cardiaco, né un respiro. È stato tutto inutile», dirà Paloscia in tv.
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