Il Tirreno

Livorno

«Andate in coppia e ascoltate il diaframma»

Di Federico Lazzotti
«Andate in coppia e ascoltate il diaframma»

I consigli di Stefano Bellani, ex iridato di pesca: del mare bisogna avere paura e rispetto

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LIVORNO. «Dov'era il pallone? Se era legato al fondo vuol dire che stava facendo l'aspetto e ha avuto una sincope mentre risaliva in superficie».

Stefano Bellani è stato il re degli abissi, campione nel mondo di pesca subacquea nel 2004 in Cile. Migliaia di ore della sua vita, oggi ha 46 anni e vive sull'isola di Capraia, le ha passate a testa in giù, con la muta indosso e un fucile in mano. Ma quando lo senti parlare del rapporto con l'universo sommerso usa il peso di tre parole: «esperienza, paura e un pizzico di fortuna».

Perché la sincope che domenica ha probabilmente ucciso Federico Torussio e il 14 giugno scorso l'allievo ufficiale Michele Antonio D'Amico, 23 anni, davanti alla spiaggia del Sale, la teme così tanto da conoscerne i sintomi, l'antidoto e purtroppo anche le conseguenze.

«È la maggior causa di morte per chi pesca sotto'acqua - spiega - e non è dovuta solo all'inesperienza. Può capitare a chiunque di forzare la permanenza sul fondo per inseguire il pesce della vita, ma bisognerebbe ricordarsi che quella preda puoi prenderla un’altra volta, mentre con la vita non c’è un’altra possibilità».

Ecco perché conoscere i propri limiti e riconoscere i sintomi prima dello svenimento diventa determinante. «Quando sei là sotto non c'è un angelo custode che ti dà una pacca sulla spalla e ti dice di risalire. L’unica avvisaglia fisica prima di essere colti dalla sincope – va avanti l’ex iridato – è la contrazione diaframmatica. Si tratta di una campanellino di allarme che il fisico lancia nel momento in cui il livello di anidride carbonica nel sangue sale. Ma purtroppo non tutti gli organismi si comportano allo stesso modo, quindi è possibile che un pescatore abbia più contrazioni prima di essere colpito da un sincope o solo una. E anche la frequenza può variare. Ecco perché il consiglio è quello di risalire appena sentite suonare il campanello del vostro fisico».

L’ideale, per chi decide di pescare sott’acqua è sempre quello di andare con un amico. «La situazione di maggiore sicurezza, parliamo del 90% di possibilità di salvarsi – conferma Bellani – è quella di andare in due con un solo fucile: mentre uno pesca attaccato alla boa di segnalazione l’altro controlla. E così si fa a turno. Se invece pescano tutti e due è possibile che l’altro si distragga, magari per seguire un pesce o per il passaggio di una barca, non accorgendosi che il compagno è in difficoltà».

Ancora più complicata la situazione nella quale uno dei due resti sulla barca. «Se non vedi risalire il compagno che sta pescando per prima cosa non sai dove si trova perché il pallone può essere legato al fondale e vieni preso dal panico. A quel punto ti tuffi e rischi a tua volta di essere colpito da una sincope».

Nella sua carriera ultra trentennale Stefano Bellani è stato in prima persona in acqua mentre chi stava pescando con lui è stato colpito da una sincope. «Ti accorgi che qualcosa non va perché vedi che la risalita è scoordinata. A quel punto l’unica cosa da fare è quella di andare in verticale, raggiungere il compagno, portarlo in superficie, togliere la maschera e dargli due schiaffi. Magari lui non apprezzerà sul momento, ma se reagisce vuol dire che gli hai salvato la vita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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